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Azionario, puntare su Macron, il Trump europeo

15/05/2017

Il titolo di questo articolo potrebbe apparire provocatorio, visto che per età, attitudini ed elettorato i due personaggi appaiono quasi all'opposto. Eppure, al netto della questione immigrazione, i programmi dei due neo-presidenti sono decisamente simili, almeno da un punto di vista economico.

Infatti il nuovo inquilino dell’Eliseo, fra le altre cose, ha promesso un piano di investimenti infrastrutturali di 50 miliardi di euro in cinque anni, mentre contemporaneamente dovrebbe arrivare un ridimensionamento dell'elefantiaca macchina statale francese, che nelle intenzioni dovrebbe vedere una riduzione di 120 mila lavoratori in organico.

Inoltre Emmanuel Macron ha promesso di ridurre le aliquote fiscali sugli utili delle aziende francesi, in particolare per quelle imprese che creano lavoro sul suolo francese. Sounds familiar? In pratica, al di là della questione immigrati sì-immigrati no, anche in Francia siamo di fronte apparentemente a un mix di riforme in senso liberista, accompagnate però da una vigorosa azione statale sul lato della spesa pubblica.

Sostanzialmente ciò che si configura è un ritorno agli anni del reaganismo in America, dove a minori imposte per i capitali si accompagnò una manovra di stimolo prettamente keynesiano, sotto forma però di commesse pubbliche più che di trasferimenti diretti alle famiglie.

A questo punto i lettori potranno chiedersi giustamente il perché di tale preambolo, visto che la questione da affrontare è l'asset allocation in azioni e specificatamente in quelle europee. Per rispondere a questa domanda però l'analisi politica è utile, in quanto molte delle prospettive, in termini relativi, dell'equity del Vecchio continente dipenderanno dall'attuazione, possibilmente su scala europea, del programma appena descritto.

Infatti, a fronte di un'America piuttosto in stallo (almeno dal punto di vista del reflation trade), se Macron riuscisse a realizzare i punti principali delle sue promesse elettorali, spostando a livello continentale gli equilibri verso il fronte keynesian/liberista, allora anche il pendolo del reflation trade si sposterebbe in Europa. Significherebbe avere un Vecchio continente in grado di generare crescita endogena e di non dipendere sempre dalle iniziative di qualcun altro.

Il ragionamento si riallaccia a quanto era stato esposto qualche mese fa, quando il rischio politico maggiore non era considerato il populismo estremista, bensì l'immobilismo da parte delle classi dirigenti. Se arrivasse una sterzata in termini di maggiore spesa fiscale, accompagnata da riforme e (possibilmente) anche un atteggiamento benigno da parte della Bce, allora il potenziale delle azioni europee sarebbe tuttora esplosivo, visti gli anni di relativa magra.

Per quanto riguarda questo discorso, però, c’è un grosso caveat. Maggiori spese fiscali e imposte più contenute, checché se ne credesse ai tempi dell'avvio dell'era Reagan, portano a deficit pubblici molto elevati. Appare quasi pleonastico aggiungere che, affinché queste manovre riescano, è semplicemente vitale mantenere i tassi di interesse più bassi possibile. Lo si sta ben vedendo negli Usa, dove il Segretario del tesoro Mnuchin ha più volte espresso in maniera esplicita quanto sia difficile tagliare le tasse. Probabilmente il grosso del programma di Trump verrà rimandato all'era post-Yellen, che con ogni probabilità verrà sostituita l'anno prossimo da iper-colombe.

In Europa non siamo in una situazione molto diversa con il mandato di Mario Draghi che scade nel 2019 e una Germania tornata in versione pro-austerity. Pertanto possiamo rispondere anche alla seconda domanda: quanto investire in azioni? Se si crede alla combinazione stimoli-tassi bassi praticamente tutto, altrimenti a fronte di una politica monetaria scollata rispetto a questi propositi è meglio stare collocati quanto più possibile in liquidità, almeno per la parte strategica del portafoglio.

A cura di: Boris Secciani
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