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It, per ora solo qualche scricchiolio

14/06/2017

Venerdì 9 e lunedì 12 hanno visto sui mercati americani due chiusure negative di fila, per oltre il 2% totale di perdita, dell'indice Nasdaq Composite statunitense. In sé non si tratta di una notizia eccessivamente rilevante, ma ciò non toglie che, almeno a livello mediatico, alcuni hanno cominciato a suonare i campanelli d'allarme sulla fine dello strepitoso bull market dell'information technology.

In verità questa raffica di commenti è stata probabilmente ampliata da una serie di circostanze che hanno favorito il sensazionalismo. Innanzitutto siamo alle porte della stagione estiva, in cui i volumi in borsa si assottigliano e i mass media sono sempre alla ricerca di qualche contenuto con cui riempire gli spazi a disposizione. Inoltre non ha fatto senz'altro piacere vedere un calo concentrato su alcuni dei maggiori colossi del comparto, mentre il resto dei listini globali non si è praticamente mosso. Infine non si può non ricordare che le quotazioni, anche con indicatori che incorporano la crescita futura ipotizzata come il Peg, non sono delle più rassicuranti.

Detto ciò, è giusto chiarire un elemento: un mercato non va sempre su e un calo dell'1,8% in un giorno non si può, neppure con sforzi pindarici di fantasia, classificarlo come un crollo, neanche in quest'epoca di bassa volatilità dell'equity. Inoltre ovviamente due giorni di dati non significano nulla.

Ciò che però è interessante sottolineare è che un bear market, per quanto possa essere ritenuto improbabile nelle condizioni attuali, può tranquillamente accadere. Non solo: una fase prolungata di debolezza si può presentare agli investitori anche all'interno di periodi tutto sommato floridi a livello economico e finanziario.

A testimonianza di ciò basta analizzare i dati dall'ultimo triennio, in particolare sull'It statunitense. Se analizziamo come benchmark l’S&P 500 It (il Nasdaq Composite presenta una capitalizzazione che per quasi metà è data da azioni di altri settori), nel periodo che va dall’inizio del 2014 alla fine di aprile 2017, le performance rispetto all'S&P 500 sono state ottime, peraltro in un momento complessivamente difficile per le borse mondiali: l'incremento cumulato dalla tecnologia, infatti, è stato quasi il doppio, circa +60% vs + 30%, rispetto a quanto visto sul listino generale. In questa fase comunque, all'inizio del 2016 si è avuta una perdita di oltre 15%, un chiaro segnale che ci si può scordare l'idea di investire in hi-tech con lo scopo di ottenere rendimenti decorrelati.

Non solo: potrebbero essere proprio questi titoli, come accaduto nei primissimi anni di questo secolo, a fare partire un derating di tutti gli asset rischiosi. Peraltro se vogliamo ricavare alcune indicazioni analitiche da questi tre anni abbondanti di dati, con varie metodologie di Value at risk arriviamo alle stesse conclusioni. Ossia che con una probabilità del 99% non si dovrebbe perdere più del 2,3-2,9% su base giornaliera, con la stessa possibilità però di vedere un calo di circa il 40% in un anno. A questi risultati si arriva basandosi sulle caratteristiche statistiche del mercato It osservato in un periodo di splendore.

Tutto ciò serve a tirare una semplice conclusione: investire in questo ambito non è esattamente privo di rischi. I recenti movimenti non vogliono dire assolutamente nulla, però un bear market potrebbe arrivare in ogni momento, anche per motivi banali, che potrebbero spaziare da deludenti dati economici a una rotazione settoriale/geografica. Ciò è possibile che avvenga senza che cambi una virgola nei macro-trend di fondo di progressivo dominio dell'economia globale da parte delle aziende impegnate in vari segmenti dell'It. Sembra una banalità ricordarlo, ma nessun trend è perfettamente lineare e i rischi ci sono in ogni luogo, anche quando si investe nei migliori cervelli del pianeta, in particolar modo se lo si fa a multipli decisamente elevati.  

A cura di: Boris Secciani
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