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Europa, cinque grandi ancora in crescita

24/11/2017

Europa, cinque grandi ancora in crescita

In un recente articolo sono state esaminate le prospettive dei più importanti paesi del mondo per il 2018. Sono stati esaminati i dati fondamentali di Usa, Cina, Giappone, India e Brasile, che a livello globale o sul piano dei rispettivi continenti hanno una funzione di traino.

Non avevamo volutamente affrontato il discorso sull’Europa, che merita una trattazione a se stante.  A parte l’interesse diretto per il mercato di casa, il Vecchio continente viene da un 2017 che si è rivelato ottimo, sia per quanto riguarda i trend economici dei singoli paesi che lo compongono, sia per le borse. Per la prima volta dopo un decennio si sono visti dei rally  borsistici convincenti, una buona ripresa economica e un’interessante crescita degli utili.

Ma il prossimo anno come andrà? Continuerà la corsa? Vediamo, secondo i dati del Fondo monetario internazionale, come si comporteranno le principali economie del continente.

Germania (sostanzialmente stabile). Il paese teutonico, peraltro alle prese con la sua prima vera crisi politica dal dopoguerra, non ha mai avuto performance clamorose e si è sempre distinto più per la solidità e la costanza dei risultati che per il dinamismo. Anche nel 2017, con una crescita del Pil reale (al netto della scarsa inflazione) del 2,0% conferma in pieno questa tendenza. Per il 2018, che sul piano economico dovrebbe essere leggermente inferiore per quasi tutti rispetto all’anno precedente, anche la Germania dovrebbe vedere un leggero calo, con una crescita economica dell’1,8%. La maggior parte degli operatori prevede che anche il mercato azionario continuerà a salire, con performance non molto diverse da quelle del 2017.

Francia (in leggero aumento). La Francia, che viene da anni molto difficili, sembra avere iniziato un lento cammino positivo e si sta riavvicinando alla Germania. Dopo un 2016 chiuso con +1,2%, nel 2017 dovrebbe vedere una crescita fino all’1,6%, mentre un ulteriore piccolo passo dovrebbe essere fatto nel 2018, con un incremento dell’1,8%, esattamente uguale a quello della Germania. Se questo obiettivo venisse raggiunto per il paese transalpino sarebbe sicuramente un risultato ottimo.

Regno Unito (in leggero calo). È indubbio: nonostante i politici inglesi si affannino a dire che la Brexit non comporterà particolari difficoltà per l’economia locale, la Gran Bretagna sta vedendo nel suo complesso un calo di crescita. Dall’1,8% del 2016 si è passati all’1,7% del 2017, in un anno in cui quasi tutti i partner europei hanno migliorato i loro dati di crescita, per arrivare a fine 2018, secondo l’Fmi, a +1,5%. Nulla di drammatico, per carità: ma se si considera che anche la sterlina ha un trend in discesa nei confronti dell’euro e che la borsa di Londra nel 2017 è stata una delle meno performanti d’Europa, qualche dubbio sul futuro britannico indubbiamente c’è.

Italia (in calo). Dopo un 2017 decisamente ottimo per l’economia italiana (+1,5%, circa lo stesso livello della Francia) e per il suo mercato borsistico, il Fondo Monetario prevede un 2018 più complicato, con la crescita che dovrebbe tornare a +1,1%. In pratica il paese viene ritenuto ancora fragile e i miglioramenti che sono stati visti nel corso del 2017 potrebbero essere parzialmente rimessi in discussione. Se si verificherà davvero ciò che pronosticano gli analisti, difficilmente l’azionario italiano potrà avere performance paragonabili a quelle di quest’anno. Anche le elezioni politiche della primavera prossima appaiono più come una potente minaccia che un’opportunità di ripresa.

Spagna (in calo). Il paese iberico, entrato in crisi negli anni passati come e peggio di noi, ha messo a segno una spettacolare ripresa e l’economia nel 2016 ha chiuso con un ottimo +3,2%, quasi da paese emergente. Nel 2017, con +3,1% è stato confermato questo trend di grande dinamismo, mentre nel 2018 è prevista una discesa a +2,5%, che comunque è un livello sempre ampiamente superiore alla media di +1,9% dell’Eurozona. Bisogna solo che gli spagnoli non si facciano male da soli con la vicenda catalana.

A cura di: Alessandro Secciani
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