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Wall Street, in fondo è successo poco

23/04/2018

Quasi alla chiusura del primo terzo del 2018 vale la pena fare il punto sulla situazione del mercato azionario statunitense, senza fornire almeno per il momento particolari giudizi: lasciamo infatti ai lettori il compito di trarre le conclusioni dai dati.

Cominciamo subito con una banalità: il 2018 si è dimostrato finora molto più volatile del 2017. Erano stati però quest'ultimi 12 mesi a essere stati eccezionalmente calmi: il maggiore drawdown dell'anno passato, circa il 2,4%, era risultato il secondo minore di sempre per l’S&P 500 statunitense. Per drawdown annuale si intende il massimo calo all'interno di un anno solare da un massimo relativo. Quest'anno è stata messa a segno una correzione, intendendo con essa per l'appunto una discesa del 10% da un picco relativo, che nel caso recente costituiva anche un massimo storico. Tecnicamente siamo ancora all'interno di questa correzione, visto che un nuovo massimo non è stato ancora messo a segno. L’elemento interessante, però, è che la discesa annuale mediana dell'S&P 500 è appunto intorno al 10%. In pratica finora quello che si è visto sull'equity made in Usa ha tutte le caratteristiche di un'annata mediocre e avara di soddisfazioni, ma assolutamente di poco conto se vista in un contesto storico appena un po’ più ampio.

Questa diagnosi viene confermata poi anche da una rapida osservazione del Vix, l'indice delle volatilità implicite ricavate dai prezzi sulle opzioni a breve scadenza dell’S&P 500, spesso considerato un affidabile indicatore della presenza o meno di attacchi di panico, di solito di breve durata. Attualmente il valore è poco sopra 17 e anche in questo caso si tratta di un livello molto più elevato rispetto al 2017, quando fu registrata la maggiore quantità di sessioni sotto quota 10 nella storia del Vix. Siamo ancora però sotto la media registrata a partire dal 1999, che è di poco inferiore a quota 20: l'unico elemento davvero curioso è stato la rapidità della correzione vista, non certo la sua magnitudine.

Se passiamo poi al quadro macro, vediamo che dall'inizio del secolo scorso c’è sempre stata una correlazione piuttosto precisa fra recessioni economiche e bear market: di solito peraltro il calo delle quotazioni anticipa di qualche mese l'avvio ufficiale di una recessione. La spiegazione del fenomeno è abbastanza banale: gli investitori sono rapidi a reagire a qualsiasi segnale di deterioramento serio, ben prima che questo si trasformi in una contrazione economica conclamata. Con un Pil per il momento previsto in crescita ben al di sopra del 2,5% annuo (si potrebbe addirittura sfiorare il 3%), grandi rischi non sembrano esserci.

Inoltre il cuscinetto dei profitti sembra fornire un altro paracadute nei confronti dei rischi di un crollo, grazie a valutazioni rese più contenute dai super-profitti. Vale la pena tornare su questo punto con qualche dettaglio in più, prendendo come spunto il periodo storico che va dall'inizio del 2007 alla fine del primo trimestre del 2018. Si tratta di una fase in cui è successo un po' di tutto, ma che ci ha portato oggi a una situazione interessante. Durante la crisi finanziaria, l'Eps medio dell’S&P 500 è calato con un'intensità un po’ inferiore rispetto al crollo di borsa, per poi risalire più o meno in linea con il mercato. Fra il 2014 e la prima metà del 2016 vi è stata una stagnazione/mini-recessione dei profitti, con un equity statunitense che però nel complesso è venuto sempre più su. A partire dal 2014, a parte il quasi-crollo dei primi mesi del 2016, facendo 100 il livello di Eps e quotazioni dell’S&P, il rendimento azionario cumulato è sempre risultato superiore all'aumento complessivo dei risultati aziendali. Dopo l'ultimo calo e con la spinta data dalla riforma fiscale siamo tornati più o meno alla parità.

In definitiva, il vero dilemma è dato dalla durata nel tempo degli effetti della sforbiciata fiscale.

A cura di: Boris Secciani

Parole chiave:

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