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Il rialzo dei tassi Usa non è affatto recente

16/10/2018

La maggior parte degli operatori ha indicato il rialzo dei rendimenti dei Treasury bond come la causa principale del recente calo delle Borse, tuttavia, non è un balzo di qualche punto base che può invertire un trend rialzista

Tra il mese di luglio 2016 e il 21 settembre 2018 (in cui l'S&P 500 toccava un massimo storico), il decennale americano  è passato dall'1,36% al 3,06%. Nonostante il rialzo di 170 punti base i mercati americani hanno continuato a macinare record su record. Il team di La Financiere de l’Echiquier ritiene che sia quindi paradossale addossare loro la responsabilità di quella ventina di punti base recenti. La causa va ricercata piuttosto nel discorso e nella politica di Jerome Powell, indicato da Donald Trump alla presidenza della Fed.

Di solito, gli aumenti dei tassi a lungo termine sono originati dal timore di un ritorno di un'inflazione incontrollata e incontrollabile («Fed is behind the curve») oppure dalla consapevolezza di un miglioramento del quadro economico. Le ultime pubblicazioni (PIL 2° trimestre + 4,1%, inflazione + 2,3%, aumento degli stipendi + 2,8%) propendono per la seconda opzione. In questo caso, il rialzo dei tassi a lungo termine, ancorché duraturo, potrebbe essere limitato. Il mercato, invece, era «behind the Fed» e all'improvviso capisce la determinazione e la credibilità della banca centrale americana. 

In due giorni l'S&P500 e il Nasdaq  cedono il 5,3%, il mercato cinese il 3,4%, quello di Taiwan il 6,3% e il mercato europeo il 3,4%. Ad eccezione degli Stati Uniti le performance annuali sprofondano in territorio negativo: i mercati tedeschi, italiani o spagnoli perdono tra il 10,5% e l'11,5%, il Cac 40 segna -3,9%.

Secondo La Financiere de l’Echiquier, non possiamo parlare di un fattore al singolare bensì di un insieme di fattori. La guerra commerciale in atto scatenata dall'amministrazione Trump, l'instabilità politica ed economica sui mercati emergenti, lo scontro sulla manovra finanziaria tra il governo italiano e la Commissione Europea, le incertezze legate alla Brexit e il rialzo del petrolio sono entrati in rotta di collisione con la risalita dei tassi americani a lungo termine.
 
Siamo di fronte a un deterioramento del quadro macroeconomico a livello globale? 
Non esattamente secondo i gestori. Nonostante il Fmi abbia rivisto la crescita mondiale al ribasso, dal 3,9% al 3,7% per il 2018 e il 2019, siamo ancora ampiamente oltre il tasso medio degli ultimi 30 anni (3,0%). Anche se ci stiamo per forza di cose avvicinando alla fine del ciclo (stiamo vivendo il 2° ciclo di crescita più lungo dell'economia americana), il rischio di una recessione a breve è molto basso o addirittura inesistente.

La situazione della Cina sembra tuttavia essere più delicata in cui lo stock di crediti in sofferenza continua a ingrossarsi con il passare degli anni, oberando la crescita futura e costringendo la banca centrale cinese a restare accomodante. Ciò detto, i mercati borsistici hanno generalmente tendenza ad anticipare di un anno circa la fine di un ciclo di espansione economica. Si può dunque continuare a crescere e subire nonostante tutto uno storno in borsa.

A cura di: Rocki Gialanella

Parole chiave:

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