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Un futuro difficile

03/12/2018

Un futuro difficile

La volta scorsa avevamo visto che il 2018 si è configurato come un anno dalle forti peculiarità statistiche. In particolar modo, a livello di volatilità stimata dagli investitori, ricavata dalle quotazioni dei mercati delle opzioni su diverse asset class, si è verificato un  numero almeno pari di oscillazioni rispetto a quelle che si videro nel 2008, anno di piena crisi finanziaria. Ovviamente ciò non vuole dire che siamo in una situazione di panico anche solo paragonabile a quella di 10 anni fa, però quest'annata in pratica passerà alla storia come una di quelle in cui i mercati hanno sottostimato i rischi.

A questo fenomeno se ne è accompagnato un altro estremamente inusuale: il fatto che quest'anno qualsiasi asset class, a parte la liquidità statunitense, ha fornito rendimenti totali negativi. Dall'azionario globale ai corporate (sia investment grade, sia high yield) in qualsiasi area del mondo, a parte qualche rara eccezione, per gli investitori ci sono state solo delusioni. Fino a qui però tutto sommato non si tratta di nulla di particolarmente diverso di quanto si verifica nelle fasi di avversione al rischio. Ciò che ha reso peculiare il 2018 è che non si è guadagnato neppure investendo nelle curve dei governativi delle maggiori economie del mondo. Un simile incremento di correlazione positiva (nel senso di movimenti nella stessa direzione) è altamente inusuale: per esempio nel 2008 i Treasury statunitensi fornirono performance eccezionali mentre tutto stava crollando.

Nel 2018, invece, solamente la liquidità ha permesso di evitare botte al proprio portafoglio, evento che non succedeva niente meno che dal 1974. Pertanto non è tanto l'intensità di ciò che è successo a costituire un outlier degno di nota (in fondo i movimenti sono stati piuttosto modesti), quanto la totale incapacità di leggere lo scenario in cui eravamo. Ossia, pochi hanno capito che, per quanto modesto, era cominciato un bear market del reddito fisso e che esso si sarebbe fatto sentire negativamente sul complesso degli asset rischiosi. Il 2017 aveva visto in pratica un livello di volatilità assolutamente irrealistico rispetto alle condizioni economiche e finanziarie di un mondo non in recessione, ma comunque neppure in boom.

Per il futuro, dunque, due scenari sono possibili: il volatility clustering che abbiamo visto nel 2018 potrebbe continuare, nell'ambito di un moderato rientro di tale grandezza verso un valore di equilibrio sul lungo periodo, evidentemente più elevato rispetto alle stime congiunturali di qualche mese fa. Oppure il fenomeno cui abbiamo assistito costituisce i prodromi di una futura esplosione: il 2018 in pratica sarebbe qualcosa di relativamente simile alla seconda metà del 2007.

Nessuno si augura ovviamente una nuova crisi finanziaria: anche il primo scenario (e a oggi ragionevolmente il più probabile) però non rende semplice investire, poichè il graduale riaggiustamento della volatilità rischia di essere un processo piuttosto lungo. Non solo: in tale fase sarebbe naturale attendersi che l'elevatissimo livello di correlazione positiva fra le varie asset class prosegua. Il verificarsi di un nuovo periodo di liquidità o di perdite non sembra probabilissimo, ma una lunga fase di rendimenti complessivamente modesti lungo tutto lo spettro del rischio è però un'opzione tutt'altro che irrilevante all'orizzonte.

Un periodo probabilmente all'interno dei vari segmenti di mercato caratterizzato da una forte dispersione e da rapide rotazioni fra settori: complessivamente un ambiente di investimento difficilissimo.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: mercati, volatilità, 2018, 2019
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