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Bond ESG: non è tutto oro quello che è green

Nel mercato dei bond ESG mancano regole standard che rendano più affidabili questi strumenti e, soprattutto, che certifichino l’indirizzo che prendono i fondi raccolti in questo modo. Gli esperti di T. Rowe Price avvertono che non basta un’etichetta per valutare le credenziali degli emittenti.

10/06/2021
Nel mercato dei bond ESG mancano norme standard che classifichino emittenti ed emissioni

Il vecchio detto ‘non è oro tutto quello che luccica’ lo si può trasferire benissimo nel mondo dei bond sostenibili: ‘non è tutto oro quello che è green’. Sicuramente il tema è sulla bocca di investitori e analisti che, anche in coincidenza con la recente Giornata Onu dedicata all’Ambiente (5 giugno), hanno cercato di fare un bilancio di quello che oggi offre il mercato. Nel 2020 sono stati emessi 512 miliardi di dollari di obbligazioni ESG – in aumento del 67% annuo. Benché la maggior parte di questo rialzo derivi da agenzie, Governi, enti locali e sovranazionali che hanno raccolto capitali per contrastare gli effetti della pandemia, l’emissione di bond ESG da parte delle aziende ha comunque segnato un incremento significativo del 19% nel 2020 rispetto al 2019. 

La differenza tra i bond ESG

La maggior parte della ‘foresta’ delle emissioni ESG continua ad essere costituita da ‘green bond’, anche se il 2020 ha visto una crescita importante dei bond sociali e di quelli indicizzati alla sostenibilità. Vediamo di spiegare le differenze. I green bond sono emissioni i cui ricavati vengono usati per finanziare o rifinanziare specifici progetti legati al clima o all’ambiente. I flussi dei bond sociali finanziano o rifinanziano progetti volti specificamente a generare effetti sociali positivi nelle comunità. Poi ci sono i bond indicizzati alla sostenibilità (strutturalmente legati al raggiungimento dell’emittente di target sul clima o di sviluppo sostenibile) e i bond sostenibili, che finanziano una combinazione di progetti o attività di tipo ‘green’ o sociale.

L’effetto ‘greenium’

I bond ESG, ricorda Matt Lawton, sector portfolio manager di T. Rowe Price, vengono generalmente scambiati con un premium rispetto agli equivalenti non ESG (uno spread noto come ‘greenium’), cosa che li rende un mezzo più economico per gli emittenti di prendere capitale in prestito. Le pressioni sul fronte della domanda legate ai fondi passivi con benchmark ESG e ai mandati sui green bond hanno contribuito a creare una situazione in cui l’effetto ‘greenium’ si è diffuso quasi uniformemente in tutto il mercato obbligazionario, a prescindere dalle effettive caratteristiche sociali e ambientali delle singole obbligazioni. Per questo, secondo l’esperto, è incoraggiante che le società si stiano impegnando in progetti ambientali e sociali che possono essere finanziati attraverso l’emissione di bond col marchio ESG.

Un’etichetta non basta per valutare le credenziali

Tuttavia, serve più di una semplice etichetta per valutare le credenziali ambientali o sociali di un bond. Anche perché, come ha notato lo stesso Lawton, c’è preoccupazione riguardo alcune pratiche di emissione di bond ESG. In particolare, l’esperto si dice poco convinto delle obbligazioni prive di ‘additionality’ - per esempio, l’emissione di un green bond a copertura di spese operative riguardanti un passaggio a fonti di energia rinnovabile che era già in corso. Ancora più preoccupanti sono le obbligazioni sustainability-linked con una struttura che permette all’emittente di saldarle prima della data in cui è fissato il target di sostenibilità, così come quelle in cui il cambiamento delle condizioni in base al raggiungimento dell’obiettivo è irrilevante.

Valutare sia l’emittente sia la struttura del bond

Gli investitori dovrebbero quindi verificare attentamente se un’obbligazione ‘merita’ il marchio ESG o meno. Nella scelta dell’asset da mettere in portafoglio bisogna fare una ricerca dei fondamentali, che permette di valutare, nel modo più oggettivo possibile, sia l’emittente sia la struttura dell’obbligazione in oggetto. In particolare, precisa l’esperto, in T. Rowe Price, ci si concentra sulla tracciabilità dell’uso dei finanziamenti e sulla qualità della reportistica post-emissione. La società di gestione guarda anche l’allineamento con gli standard del settore e se l’emittente ha ricevuto o meno una certificazione esterna.

A cura di: Fernando Mancini

Parole chiave:

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