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Caldo estremo: l’emergenza climatica su prezzi e conti pubblici
Un’ulteriore accelerazione dell’inflazione potrebbe spingere la BCE a un rialzo di 25 pb entro fine anno. Eventi climatici frequenti richiederebbero più investimenti in infrastrutture, reti elettriche, prevenzione e ricostruzione, aumentando la pressione su deficit, debito e merito di credito.
Le ondate di calore e gli incendi boschivi non sono soltanto un’emergenza ambientale. Sempre più spesso diventano anche un problema economico, con effetti sull’inflazione, sulle supply chain e, nel lungo periodo, sui conti pubblici. A mettere in guardia sulle conseguenze del caldo estremo è Eiko Sievert, Executive Director, Sovereign & Public Sector di Scope Ratings, secondo cui l’attuale ondata di calore avrà probabilmente un effetto moderatamente inflazionistico.
Caldo estremo e scarsità d’acqua rischiano di ridurre i raccolti, far salire i prezzi delle commodity e degli alimentari. Ma l’impatto può estendersi anche all’energia. Durante l’estate, l’uso dei sistemi di raffreddamento aumenta la domanda di elettricità e può mettere sotto pressione le reti, soprattutto nei Paesi con infrastrutture meno solide. Anche i trasporti sono a rischio: caldo estremo e bassi livelli dei fiumi possono ostacolare la movimentazione delle merci via mare, ferrovia e strada, provocando ritardi e maggiori costi logistici.
Dall’agricoltura ai trasporti: il caldo colpisce l’economia reale
Il rischio, sottolinea Sievert, è che un fenomeno meteo locale produca conseguenze lungo tutta la catena economica. Una riduzione dei raccolti può aumentare il costo delle materie prime agricole, mentre le difficoltà nei trasporti possono rallentare le forniture e rendere più costosi i prodotti finali. Nel lungo periodo, le imprese potrebbero inoltre affrontare un aumento strutturale dei costi. Le assicurazioni potrebbero diventare più care a causa della maggiore frequenza di incendi, alluvioni e siccità, mentre le aziende potrebbero aumentare le scorte per proteggersi dalle interruzioni delle forniture. Una maggiore resilienza avrebbe quindi un prezzo, con possibili ripercussioni sui margini e sui prezzi praticati ai consumatori.
Il rischio di una nuova pressione sull’inflazione
L’effetto del caldo si inserisce in un quadro già complesso per l’economia europea, con i prezzi dell’energia ancora condizionati dal conflitto irrisolto tra Usa e Iran. Il nodo, secondo Sievert, è capire se i rincari di energia e alimentari resteranno circoscritti o finiranno per alimentare l’inflazione di fondo, i salari e le aspettative. Se le imprese trasferiranno i maggiori costi sui prezzi e i lavoratori reagiranno chiedendo aumenti salariali: il fenomeno potrebbe quindi diventare più persistente. In questo quadro, la BCE potrebbe essere costretta a intervenire con un ulteriore rialzo di 25 punti dei tassi entro fine anno.
Il vero rischio guarda al lungo periodo
L’attuale ondata di calore non dovrebbe, secondo l’esperto, avere conseguenze immediate sull’affidabilità creditizia degli Stati. Il quadro cambia però se si considera la crescente frequenza degli eventi estremi. Se siccità, incendi e temperature elevate diventeranno più frequenti e intensi, gli effetti economici potranno accumularsi. I Governi sarebbero chiamati a investire maggiormente in infrastrutture, reti elettriche e sistemi di adattamento, oltre a sostenere costi di prevenzione e ricostruzione dopo gli eventi più gravi. Il cambiamento climatico potrebbe quindi trasformarsi progressivamente in una voce di spesa strutturale per i bilanci pubblici. Per i Paesi più esposti, questo significa anche un possibile aumento della pressione sul debito e sul merito di credito.
Il clima entra nei rating sovrani
Scope Ratings considera già alcuni fattori climatici nell’analisi dei rating sovrani, tra cui le emissioni di CO2 rispetto al Pil, le emissioni pro capite e la capacità di adattamento ai rischi legati alle catastrofi naturali. Non esiste però un effetto automatico del cambiamento climatico sul rating di uno Stato. A fare la differenza saranno la struttura economica dei singoli Paesi e l’efficacia delle politiche adottate. Un’economia fortemente dipendente dall’agricoltura o da settori molto esposti agli eventi climatici potrebbe essere più vulnerabile. Al contrario, investimenti tempestivi in infrastrutture, energia e sistemi di adattamento potrebbero limitare i danni futuri. Per Sievert, è proprio questa la variabile destinata a diventare sempre più importante: non soltanto quanto un Paese è esposto ai rischi climatici, ma quanto è preparato ad affrontarli.