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Tante sorprese a fine anno

20/12/2016

Siamo arrivati ormai alla fine dell'anno e vale la pena tirare qualche somma per vedere che cosa ha funzionato e che cosa no in questo 2016 allo scopo di potere trarre qualche indicazione per il futuro. E al 12 dicembre appena trascorso, secondo alcuni analisti, senz'altro le sorprese non mancavano, se avessimo considerato come era il mondo un anno fa e ancora di più nel corso dell'inverno.

Diciamo subito che le due migliori performance equity in assoluto sono arrivate dall'azionario brasiliano e da quello russo. Un classico caso di contrarian play su mercati che a un certo punto stavano scontando una situazione da panico totale, non diversa dalla crisi asiatica del 1997-1998. Il Bovespa, il principale indice azionario carioca, alla data presa in esame aveva offerto agli investitori un rendimento total return del 39,6%, mentre l'Msci Russia registrava +31,6%.

Questo in valuta locale, ma se si considera l'andamento in dollari addirittura per la Russia le performance sfiorano il 50%, mentre il Brasile supera il 65%. Tutto ciò in un'annata di grande forza della moneta Usa: si può immaginare i guadagni messi a segno dagli investitori europei privi di hedging. Dunque un rerating da situazioni abissali da parte di due dei due mercati più maltrattati da parte degli investitori.

Sempre a livello azionario, lo Stoxx 600 europeo ha fatto fatica a portarsi in territorio positivo in euro, sovrastato dal +12,2% in dollari dell'S&P 500.

Nel comparto obbligazionario soverchiante è stata la performance Usa con +16,5% dei propri bond high yield. Anche in questo caso non bisogna stupirsi troppo: ad avere inciso è stata una storia di ripresa dopo la tempesta. È notorio infatti che le quotazioni di questo segmento sono state trascinate al ribasso dalla forte presenza di titoli legati al comparto energetico e delle materie prime in generale. Va comunque considerato un elemento: il 2016 a livello obbligazionario è stato comunque l'anno degli Usa.

Rimarchevole è stata anche la performance (+8,8% in dollari) dei titoli di stato in valuta pesante degli emergenti; se invece il confronto avviene fra Usa ed Europa, allora ancora una volta è la prima economia del mondo a troneggiare. È impressionante per esempio che gli investment grade statunitensi abbiano fornito una performance (+5%) di poco inferiore agli high yield dell'Eurozona: questi ultimi hanno evidenziato +5,7% in euro, ritorno che si azzera una volta fatta la conversione nel biglietto verde. In compenso gli investment grade europei si sono fermati a +2,3%.

Se ci spostiamo sull'obbligazionario governativo statunitense, l'anno è stato caratterizzato da due metà molto diverse: aspettative di inflazione più elevate e conseguente debolezza nei corsi dei Treasury sono fenomeni che hanno cominciato manifestarsi già dalla scorsa estate e non sono stati interamente generati dalla vittoria di Donald Trump che comunque ha inferto una forte accelerazione al fenomeno.

Che cosa ci si può aspettare per il 2017? Anche in questo caso il passato potrebbe dare una mano a capire il futuro: negli otto anni fra la fine del 2008 e il 12 dicembre scorso un portafoglio realizzato al 50% con azioni di paesi sviluppati e al 50% con obbligazioni sempre della stessa area, pesando gli indici sulla base della capitalizzazione, avrebbe fornito un rendimento annuo del 7,1%. Si tratta di una performance decisamente superiore al 5,6% registrato fra la fine del 1998 e il termine del 2008. Il tutto nonostante una crescita nominale del Pil un po' in tutto il mondo in netto rallentamento rispetto alla decade precedente.

Certamente la presenza di due collassi generalizzati dei mercati come quello delle dot com di inizio millennio e il dramma del 2008 hanno influito sulle performance generali, mentre gli anni successivi hanno visto un rientro complessivo della volatilità, accompagnato a tassi di interesse sempre più bassi; inoltre nella decade precedente vi erano state ben due manovre di rialzo da parte della Fed.

Tutto ciò serve sostanzialmente per ribadire un concetto: con ogni probabilità, a meno che non si verifichi davvero una ripresa della crescita economica inaspettata, i rendimenti complessivi saranno inferiori a quelli registrati negli ultimi anni, visti anche i rialzi di Yellen&co, il lento ma comunque tangibile tapering della Bce e la difficile transizione cinese.

In pratica non sarebbe da stupirsi se ci fosse una mean reversion nell'andamento degli asset finanziari e del Pil e in un contesto come questo ovviamente gli investitori andrebbero a cercare sempre di più i temi growth con il lanternino, un paradigma che difficilmente favorisce l'Europa.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: 2016, azioni, obbligazioni, mercati
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