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I rischi del protezionismo

20/12/2016

L’aumento dell’inflazione legato all’introduzione di dazi e all’incremento del costo del lavoro, penalizzerebbe i bond. La delocalizzazione affosserebbe gli asset di alcuni mercati emergenti.

Al grido di ‘l’Austria e gli austriaci prima’ l’ultradestra di Vienna è arrivata molto vicino alla vittoria nel secondo turno delle elezioni presidenziali.  A giugno, con lo slogan ‘Britain first’, i partitari della campagna del ‘Leave’ sono riusciti a pilotare la maggioranza dei cittadini verso un voto favorevole alla Brexit. Trump ha fatto la stessa cosa negli Stati Uniti. Anche nel più pacato discorso fatto dopo l’annuncio della sua vittoria sulla Clinton, il repubblicano non ha rinunciato ad appellarsi allo slogan ‘America first’ come motore delle decisioni del suo esecutivo. In Francia e Germania l’ultradestra sta guadagnando terreno rispetto ai partiti politici moderati con il ricorso a slogan molto simili.

L’origine di questi movimenti politici e sociali, che interessano le democrazie economicamente più avanzate, è l’aumento della disuguaglianza. Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e la globalizzazione hanno ridotto il potere contrattuale della forza lavoro provvista di minori competenze. Attualmente è possibile ottenere con più facilità beni e servizi di migliore qualità o più economici ( a seconda di quello che si cerchi) in altre parti del pianeta rispetto al luogo dove si risiede. Questa possibilità per chi acquista riduce proporzionalmente le opportunità – di lavoro ma anche di guadagno- per quei lavoratori che possono offrire quei servizi e ben nei paesi dai quali parte la domanda di beni e servizi.

In seguito ai cambiamenti intervenuti negli equilibri tra le forze politiche, è probabile che assisteremo a profondi mutamenti nelle politiche economiche. Anche nell’ipotesi –plausibile- che molti dei partiti più estremisti non arrivino fino al vertice della piramide, la pressione sociale farà cambiare direzione anche ai capi politici più moderati. Un esempio è offerto dal comportamento del Partito conservatore britannico sotto la guida di Theresa May.

Donald Trump si sta preparando per battere il primo colpo. Il neopresidente ha promesso, prima e dopo la sua elezione, l’aumento dei dazi alle importazioni sui manufatti fabbricati all’estero e la costruzione di un muro di separazione sul confine tra Usa e Messico per limitare al massimo l’arrivo di immigrati che contribuiscono ad esercitare pressioni al ribasso sui salari dei lavoratori locali.

Se l’annuncio sarà seguito dai fatti, i paesi danneggiati risponderanno con il ricorso a dazi similari o a svalutazioni competitive. Le autorità di Pechino hanno già comunicato che adotteranno un atteggiamento del tipo ‘occhio per occhio’. Una volta partite le ostilità commerciali, sarà difficile capire fino a dove si spingeranno (in passato si sono verificate situazioni simili e gli effetti negativi di tali comportamenti sono stati abbandonati solo quando hanno ampiamente superato i presunti vantaggi realizzabili nel breve termine).

In tutti i casi, sarà bene che l’investitore acquisti consapevolezza dei rischi di tali comportamenti sui propri portafogli. Molti effetti del protezionismo dipendono dal tipo e dall’entità delle misure prese, ma due sono sicuri:

1)    Un aumento dell’inflazione, che può arrivare sia dall’incremento dei dazi alle importazioni sia dalle svalutazioni delle divise o dall’aumento dei salari. Si ridurrebbe la concorrenza e sarebbe favorita la produzione domestica a detrimento del controllo dei costi. Un rialzo dell’inflazione danneggerà le quotazioni dei bond a tasso fisso.

2)    2) Effetti negativi interverranno sui lavoratori dei paesi che sono stati le destinazioni tipiche dei processi di delocalizzazione. Sui mercati dei capitali, i bond e le azioni di questi paesi subirebbero svalutazioni più o meno profonde a causa del rallentamento delle rispettive economie.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: dazi, svalutazioni, valute, bond, emergenti
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