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Emergenti, tante debolezze di fondo

13/01/2017

Con una serie di articoli abbiamo fatto una disamina storica, dai primi anni 2000, delle performance dei listini azionari delle maggiori macroaree del mondo: Usa, Europa sviluppata e i 23 più importanti mercati emergenti raccolti nell'indice Msci emerging markets. Abbiamo visto che quest'ultimo indice, unificando le performance in dollari, ha visto un decennio di guadagni strepitosi fino al 2012. Da lì in poi solo due annate disastrose, 2013 (a livello relativo) e 2015 (a livello assoluto), hanno rovinato i rendimenti complessivi di questa asset class.

 È stato anche evidenziato che, se si determinano alcune circostanze, è ragionevole ipotizzare che il Vecchio continente torni a sovraperformare gli Usa, avvenimento che sostanzialmente manca dall'avvento della crisi finanziaria di quasi un decennio fa. Il discorso è probabilmente un po' più difficoltoso per quanto riguarda l'equity dei paesi in via di sviluppo. Essenzialmente la questione si potrebbe ridurre a un semplice dilemma: gli anni di crisi 2013-2015 sono stati un accidente temporaneo, generato da una caduta dei corsi delle materie prime e dei profitti aziendali molto profonda, a seguito peraltro di un boom lunghissimo che necessitava probabilmente di un riequilibrio, oppure è la spia di un fenomeno strutturale?

A favore di quest'ultima opzione giocano alcuni elementi di carattere storico, in particolare il fatto che la maggior parte degli emergenti sembra vivere di fasi di boom-and-bust continue che alla fine non portano mai a un decisivo salto di qualità. Alla base del fenomeno vi è la cosiddetta middle-income trap, ossia l'incapacità di quasi tutte le nazioni emergenti di riuscire a crescere fino a raggiungere lo status di paese ad alto reddito. Nell'era del capitalismo moderno, al di fuori dei paesi petroliferi più ricchi, solo cinque nazioni non occidentali hanno conseguito un benessere e un livello di sofisticazione economica pari all'occidente: Giappone. Singapore, Hong Kong, Taiwan e Corea del Sud.

Il mercato azionario delle ultime due rimane confinato, per ragioni tecniche, nel novero degli emerging. Ovviamente gli occhi sono tutti puntati sulla Cina e sul suo potenziale di compiere il grande salto verso il gruppo dei paesi più ricchi, al pari delle tigri asiatiche del passato. Inutile dire, vista la magnitudine del Dragone, che un simile processo porterebbe a un riequilibrio enorme degli assetti del mondo.

Al di là delle ambizioni cinesi, però, la storia e l'andamento degli ultimi anni sembra giocare contro questa asset class, legata comunque ai cicli delle materie prime e a una limitata competitività a livello industriale e a una modesta estensione del consumo domestico.

Se andiamo a proiettare nel futuro, questi trend non pagano i motivi di preoccupazione: l'invecchiamento generale della popolazione, il salto tecnologico nell'estrazione e nel consumo di risorse naturali e altri fattori sembrano porre un solido tappo al potenziale di rialzo dei corsi delle commodity. Un indizio di ciò si trova nel balbettante andamento del greggio in questi ultimi tempi, nonostante gli sforzi dell'Opec e delle major del comparto.

A ciò aggiungiamo le minacce di protezionismo e l'avvento di un'automazione sempre più spinta, che rischiano di impattare in maniera particolarmente forte le economie di Sud e Sud-est dell'Asia (oltre che del Messico). Non dimentichiamo infine poi che alcune piaghe delle realtà più avanzate, quali il declino demografico, si stanno facendo sentire in una pletora di emergenti, dal Brasile alla Thailandia, società che rischiano seriamente di diventare vecchie prima di diventare ricche. I fondamentali di lungo, ma neppure lunghissimo, periodo degli emergenti sono dunque tutt'altro che entusiasmanti. Basta tutto ciò a garantire una sovraperformance dell'Europa? Forse sorprendentemente riteniamo di no, in quanto le magagne che affliggono il secondo blocco economico del mondo sono tante e tali da consentire di favorire l'Europa rispetto alll'Msci Em solamente in un caso: quello di uno scenario economico molto debole, in netto deterioramento rispetto all'attualità.

Ma anche questo è un discorso da approfondire.

A cura di: Boris Secciani
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