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Anatomia di un bull market

03/05/2017

Ecco una nuova serie di analisi, studiando alcuni dati del passato, in questo caso piuttosto remoto, sperando di sfatare qualche mito e trarre qualche indicazione interessante sulla situazione attuale. Partiamo dal mercato azionario, specificatamente dall'S&P 500 statunitense, di cui prendiamo i dati giornalieri dall'inizio degli anni ’80 fino alla fine del 2016. Ci si potrà chiedere perché mai partire da questo punto: in verità, come tutte le serie storiche, il set di dati preso in considerazione è piuttosto arbitrario. L'inizio degli anni ’80, però, può essere considerato un punto di svolta nella storia dell'economia moderna, con l'avvento delle tecnologie informatiche e la diffusione nella società di una maggiore accettazione di ideologie e stili di vita basati sul consumo.

Diciamo subito che dall’inizio del 1980 alla fine del 2016 ci sono state 9.333 chiusure giornaliere, che corrispondono dunque al nostro insieme di dati e nello stesso periodo l'S&P 500 è passato da meno di 106 a oltre 2.238: al netto dei dividendi un incremento cumulato di oltre il 2.000%.

Ci concentriamo ora sulla serie di rendimenti giornalieri ottenuti in questo enorme lasso di tempo, partendo subito dalla media: il rendimento medio giornaliero dallinizio del 1980 a fine dell'anno scorso è stato dello 0,03873%, mentre l'equivalente del Cagr giornaliero è risultato poco superiore allo 0,03%. Tali valori potranno apparire a prima vista infimi, se non si considera questo elemento: accrescere tutti i giorni il proprio portafoglio dello 0,03% per anni, senza mai un giorno di perdita, porta comunque a guadagni enormi.

Non sorprendentemente la standard deviation di questi rendimenti è vastissima rispetto alla media e pari a circa l'1,1129%. Infatti in una generazione e mezza è successo praticamente di tutto, con crolli, super bull market, recessioni, euforie, crisi di ogni tipo, calma piatta e quant’altro. La perdita e il guadagno giornalieri maggiori, entrambi valori registrati negli anni ‘80, sono risultati superiori al -20% e al +11% rispettivamente.

Dai tempi del lunedì nero del 1987 notoriamente sono stati approntati meccanismi di sospensione delle contrattazioni per evitare disastri del genere, che hanno portato a una sparizione di scarti giornalieri così estremi. I lettori che masticano un po' di statistica potranno notare che i valori di media e standard deviation fanno pensare a un S&P la cui distribuzione dei rendimenti giornalieri non appare troppo distante da una normale standardizzata. In realtà i dati presentano una forte skewness lievissimamente (negativa e pari a 0,73 circa) e una curtosi fortemente positiva (+20,18). Quest'ultimo risultato non deve sorprendere, vista la quantità di casi estremi che abbiamo visto nel corso dei decenni sul mercato azionario. Se applichiamo poi un normale test per analizzare la gaussianità dei dati, tipo l'Anderson Darling, si rigetta l'ipotesi senza remore.

Sull'onda di questi risultati di sintesi, andiamo a vedere dove e come è stato concepito questo immenso bull market: le chiusure positive sono state 4.957 (53,1% circa del totale) a fronte di 4.376 (46,9%) dati negativi o praticamente invariati. Come si può vedere alla fin fine sembra che la maggior parte del tempo i mercati azionari combattano una guerra di trincea senza poi un'enorme chiarezza in merito ai vincitori. Scaviamo dunque un po' più a fondo e analizziamo i guadagni e le perdite su vari intervalli.

Nella fascia fra 0 e 0,5% di crescita è ricaduto il 25,45% delle chiusure, mentre l'equivalente negativo è risultato pari al 22,99% del totale. Nell'intervallo fra lo 0,5% e l'1% il segno più ha fornito il 14,33% delle chiusure, mentre l'equivalente al ribasso ha generato l'11,94%. 

All’interno della fascia +1-1,5% c’è il 7,03% delle chiusure, mentre l'equivalente negativo ha fornito il 5,72%. L'insieme da +1,5% a +2% ha dato il 3,28% dei dati, mentre le perdite di pari intensità sono state il 3,13%. Infine i valori estremi, che raggruppiamo in un unico insieme superiore al 2%, si sono verificati in positivo il 3,02% delle volte e in negativo il 3,1%.

Si può immediatamente notare un elemento: rispetto a una normale vi è un eccesso di casi positivi, rispetto ai negativi e rispetto alla frequenza che ci aspetteremo in tali fasce, fra 0,5% e 1,5%, mentre a livelli di eventi di coda vi è una sostanziale parità, con però gli accadimenti più intensi nell'insieme negativo, tanto da avere visto in 37 anni anche un intero bear market in un giorno.

Basta applicare la divisione per scoprire che i dati positivi fra 0 e 0,5% sono stati il 10,9% circa in più dei loro “colleghi” col segno meno (25,45/22,99). Ma se ci spostiamo nello 0,5-1% il vantaggio del + sale al 20% circa (14,33/11,94), mentre nell'area 1-1,5% le salite sono state il 22,9% in più delle discese. Dopodiché lo scarto riprende a calare fino a che nei valori estremi addirittura vediamo una prevalenza dei meno.

Dunque l'enorme epoca bull market dei tempi moderni è nata da un andamento abbastanza preciso e sicuramente vale la pena scavare un po' più nella profondità di questi concetti.

A cura di: Boris Secciani
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