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Azioni, il ritorno dell’Europa

14/05/2017

A fine 2016 era stato espresso scetticismo nei confronti delle prospettive di ripresa relativa dell'azionario europeo rispetto ai concorrenti globali. Le prime settimane dell'anno avevano dato ragione ai pessimisti, ma la primavera senz'altro no. Il punto su cui il paradigma negativo era sbagliato è che si basava su un ampliamento dello scarto nel tasso di crescita statunitense rispetto a quello europeo, fatto che finora si è verificato solo in minima parte o addirittura non si è verificato affatto. I dati sull'andamento del Pil nel primo trimestre del 2017, infatti, sono stati ampiamente deludenti per gli Usa (+0,3% annualizzato) e discreti per l'Eurozona (+0,5% la lettura flash, in attesa del dato ufficiale). Finora, infatti, l'effetto Trump e il cambiamento di passo nella gestione economica verso una maggiore crescita, sia nominale, sia reale, non ci sono stati.

E in un quadro fatto di aspettative deluse ovviamente le cose cambiano: rimane sempre l'idea del growth a tutti i costi, specificatamente per l'information technology, sia statunitense, sia nord-asiatica, con quest'ultima che ha confermato le previsioni con ruggenti performance e un buon rerating. Al tempo stesso, però, una continuazione della stagnazione costringe gli investitori a rivalutare tutta una serie di comparti e aree geografiche in maniera più realistica.

Che cosa significa nel concreto tutto ciò? SE (maiuscolo intenzionale) sarà necessario arrangiarsi con un'economia che è quello che è, non si potrà prescindere da posizioni comunque importanti su temi in pieno boom secolare: l'It, le biotecnologie, l'ascesa verso il benessere del Sud e del Sud-est asiatico. Il tutto con una diversificazione lungo tutta la filiera del valore aggiunto e con un minimo di attenzione a non esagerare con quotazioni fuori misura.

Questo pilastro azionario, che ovviamente tende ad avere una forte connotazione statunitense, nord-est asiatica e sud-asiatica, va accompagnato a posizioni tattiche, sia direzionali sia market-neutral, di tipo prettamente value, anche nel caso in cui le prospettive di ripresa degli utili non siano così forti. Quotazioni basse e prospettive decenti, se il petrolio non crolla ulteriormente, ad esempio si trovano fra le major petrolifere europee. Ancora, il reintegro dell'equity spagnolo nel novero dei mercati normali dovrebbe passare dai chiari segnali di uscita dal tunnel di diverse banche locali, caratterizzate peraltro da buoni dividendi. E indubbiamente altre storie di ripresa nell’azionario europeo non mancano.

Se alcune zone del mondo sono l'impero del growth, l'Europa e alcuni emergenti sono il regno del value. Questa disfasia si vede nel differenziale di rendimento offerto dall'It statunitense rispetto alla media del listino locale, dalla rotazione verso l'Europa e dalla spettacolare ripresa di Corea e Taiwan, nonché dalla continua ascesa dei colossi dell'internet cinese.

In pratica, con uno scenario economico meno netto, viene meno la chiara preponderanza geografica di un'area piuttosto che un'altra e questo fenomeno avvantaggia l'Europa dopo anni pessimi. Resta da rispondere un paio di domande: innanzitutto quante probabilità ci sono di trovarsi attualmente nell'ennesimo new new new normal fatto di modeste potenzialità, dopo qualche mese di sbornia kynesian-riformista? Rispondere a questo interrogativo non è così difficile: essenzialmente ciò dipende  sorprendentemente da cosa farà l'Europa nei prossimi mesi.

Il secondo quesito riguarda invece le percentuali da allocare in reddito fisso e azionario in un'eventualità di stagnazione.

Stabilito il quadro di base, proveremo ad articolare una risposta ad entrambe le domande in un’ulteriore analisi.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: azioni, Europa, Usa, Growth, Value
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