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La bomba valutaria

29/01/2018

Lo scorso giovedì 25 gennaio vi è stata l'ennesima riunione della Bce, che ha mostrato un Mario Draghi al tempo stesso ottimista e iper-prudente. Ciò ha dato il via a un minimo di prese di profitto nei confronti di un euro che aveva superato quota 1,25 (mentre scriviamo si scambia poco sotto 1,24).

In una serie di previsioni che erano state fatte nelle ultime settimane del 2017 (alcune definite al limite, mentre altre dovrebbero caratterizzare lo scenario centrale per il 2018), nel campo delle stime estreme era stata inserita la possibilità di un forte indebolimento del dollaro anche oltre quota 1,30.

Questa previsione rischia di avverarsi quanto prima e, a giudicare dai volumi che si stavano accumulando su diversi segmenti del forex, si poteva essere tentati di inserire tale obiettivo per il cambio fra le due monete più usate al mondo nell'alveo delle previsioni principali. Il problema, però, è che tornare all'euro forte di un quinquennio fa non sarebbe indolore per il Vecchio continente e per gli equilibri finanziari del pianeta. In passato è stato spesso usato a sproposito e con troppa enfasi il termine currency war e anche in questo caso forse sarebbe eccessivo, ma un euro oltre 1,30, nonostante la ripresa generalizzata della domanda domestica europea, sicuramente qualche danno lo farebbe.

Sempre l'anno scorso era stato evidenziato che la componente principale delle performance degli asset rischiosi europei fosse data dai movimenti valutari. Questa correlazione inversa è tornata a farsi sentire con maggiore prepotenza nel 2018, con lo Stoxx 600 che a oggi fatica a salire oltre il 4% dall'inizio dell'anno, con performance piuttosto deboli da parte dell'azionario tedesco.  In pratica è molto dubbio che l'Europa si possa permettere un euro forte, in un mondo dove comunque la torta della crescita complessiva è piuttosto limitata.

Di questo problema sembra essersi reso conto Mario Draghi, che pure ufficialmente ha sempre respinto con sdegno qualsiasi illazione circa il fatto che la Bce abbia fra i propri target un indebolimento della valuta (una polemica che aveva diversi sostenitori oltre un triennio fa nelle fasi di avvio del Qe europeo); in ogni caso da parte di Francoforte è stata espressa preoccupazione circa la volatilità dei cambi. A tali considerazioni si sono accompagnate rassicurazioni sull'eventuale continuazione del Qe, qualora le cose dovessero peggiorare a livello economico.

La ragione è che oggi nessuno vuole, o si può permettere, divise eccessivamente forti, in quanto per l'appunto la torta da spartire non è di dimensioni enormi. Sarà anche una mera coincidenza, però tre anni di euro intorno alla parità con il dollaro hanno coinciso con  un Europa in grado di riaffacciarsi oltre la soglia del 2% di crescita economica annuale; il continente in precedenza era sì uscito dalla recessione, ma con incrementi del Pil ridicoli.

La crescita attuale dell’economia dell’Eurozona è ritenuta più o meno unanimemente superiore al potenziale di  lungo periodo, anche se non si può certo escludere che, qualora la moneta unica si stabilizzi sopra 1,30 (per non parlare di 1,40, un obiettivo ormai non implausibile), si tornerebbe rapidamente verso una mean reversion.

L’elemento poco rassicurante è che non è facile difendersi da un movimento di questo genere, con un obbligazionario comunque in calo di prezzi (e rialzo dei rendimenti quindi), una Bce che prima o poi la pianterà con il Qe e un dollaro all'improvviso così debole. La soluzione più semplice sarebbe ovviamente quella di andare lunghi di qualsiasi divisa contro la moneta Usa, il che però comporta il fatto di esporsi all'asset in assoluto più volatile presente sui mercati finanziari.

In futuro vedremo quale potrebbe essere una strategia accettabile.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: euro, dollaro, Bce, Qe
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