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Usa, un sì dai profitti, un no dai mercati

29/10/2018

Mentre siamo in piena stagione di utili trimestrali un po' in tutto il mondo, vale la pena concentrarsi di nuovo su quanto è emerso negli Usa. Su un orizzonte temporale più o meno immediato francamente non sembra che ci sia assolutamente nulla di cui lamentarsi: a venerdì 26 ottobre, infatti, circa la metà (48%) delle aziende dell'S&P 500 aveva reso noti i profitti. Se combiniamo i dati già usciti con le aspettative, il tasso di incremento degli utili su base annuale risulta attualmente +22,5%. Non ci sarebbe da sorprendersi se alla fine il dato risultasse ancora migliore; già adesso, comunque, un simile aumento, se confermato, porrebbe il quarto appena terminato al terzo posto fra i migliori trimestri degli anni 10.

È  interessante notare il cambiamento che è avvenuto, per quanto riguarda le cifre di queste trimestre, rispetto alle previsioni del 30 settembre, alla vigilia del mese horribilis le cui fasi finali stiamo adesso vivendo. In quella data, secondo il consensus, l’incremento era a pari a un più modesto +19,5%. In realtà si tratta di un fenomeno abbastanza tipico in cui, sia il management delle aziende, sia gli analisti preferiscono stare cauti nelle loro stime per poi stupire positivamente i mercati una volta pubblicati i risultati. Resta il fatto che siamo all'interno di uno scenario, quello della terza frazione del 2018, in piena espansione economica, con dati peraltro decisamente coerenti con quanto mostrato dal Pil Usa del terzo trimestre.

Neppure si può affermare che non manchino miglioramenti generalizzati nel sistema Usa, visto che la stima dei profitti nell'ultimo mese è salita per nove degli 11 settori che compongono l’S&P 500.

Lo scenario, però, è di paura conclamata, al di là dei cali e delle possibili riprese. Un timore testimoniato dall'andamento disastroso non solo delle azioni Fang (Facebook, Amazon, Netflix and Google, anche se a tale gruppo andrebbe aggiunta una rediviva Microsoft reinventatasi sotto la leadership attuale come azienda hyper-growth) oggettivamente care, ma anche di comparti come i microchip e le biotecnologie.

Questi ultimi due settori si trovavano per certi versi prima dell'ultima ondata di crisi in posizione perfetta per rappresentare quel growth at reasonable value che molti gestori cercano, con prospettive strutturali invidiabili. Eppure entrambi i comparti si trovano oggi nel poco ambito territorio del bear market. Gli investitori insomma stanno differenziando sempre meno, in quella che appare come una crescente onda di avversione al rischio.

È infatti interessante notare un elemento: in questa stagione degli utili finora, su una finestra di quattro giorni dal momento della pubblicazione dei profitti, le azioni delle aziende che hanno riportato risultati migliori delle aspettative stanno vedendo un calo dell'1,5%, a fronte di una media degli ultimi cinque anni di +1%. Un risultato peggiore si è visto in epoca recente solo nel secondo trimestre del 2011. Quel periodo coincise con l'avvio di una recessione disastrosa nel Sud Europa con il serio rischio di ripiombare nel pieno dell'abisso della crisi finanziaria di tre anni prima. Oggi di ciò non si vede traccia e, a parte qualche risultato forse un po' mediocre in ambito tecnologico, le previsioni per il quarto trimestre (+20%) e per il 2019 appaiono tutt'altro che brutte (+10% l'Eps dell'indice attualmente previsto per l'anno prossimo).

Simili valori hanno spinto il P/E forward del maggiore benchmark statunitense a 15,5, un valore certo non da occasionissima, ma neppure da sembrare preoccupante: considerando il livello dei tassi, il premio al rischio azionario appare senz'altro più che decoroso. In pratica qui i casi sono solo due: o si stanno sbagliando clamorosamente economisti, analisti e management delle aziende o non hanno capito nulla gli investitori, presi dal terrore per nulla o quasi.

Non è una situazione facile da affrontare.

A cura di: Boris Secciani

Parole chiave:

Usa profitti terzo trimestre
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