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Quanto può salire Seoul

04/02/2019

Quanto può salire Seoul

In un precedente articolo avevamo visto che l’indice azionario coreano Kospi è stato nel primo mese dell'anno uno dei migliori benchmark del mondo, con una risalita di oltre l'8% rispetto alla fine del 2018. Questo do po un anno pessimo, giustificato da fondamentali economici blandi ma non orribili. In verità non ci sono neppure chissà quali grandi ragioni per il boom attuale, se non la presenza di valutazioni alquanto contenute. Infatti, anche dopo la ripresa attuale, il P/E forward di Seoul giace abbondantemente sotto la soglia di 12.

Va detto però che il mercato azionario locale presenta peculiarità che lo rendono non poco rischioso. Innanzitutto la dipendenza dal capitale estero è elevata: circa il 34% della capitalizzazione è infatti in mano a investitori stranieri. Questo fatto pone l'equity coreano in una situazione più simile a quella giapponese rispetto a uno scenario di tipo cinese. Infatti anche a Tokyo la quota in mano agli investitori esteri è simile (intorno al 30%) e i capitali provenienti da oltre confine sempre di più determinano le sorti dei rendimenti locali.

Inoltre, sia in Corea, sia in Giappone, al di là dell'allocazione (non enorme) da parte dei principali investitori istituzionali locali, fra cui i loro giganteschi fondi pensione, non vi è una marcata preferenza per l'azionario. In Corea del sud la ricchezza media per adulto è intorno a 200 mila dollari, un valore paragonabile a quello di Germania, Svezia, Spagna e Finlandia. La maggior parte però è investita sul mercato immobiliare, che rappresenta l'autentica bolla nazionale.

Come si può vedere, non si tratta di uno scenario molto differente rispetto a quello cinese da questo punto di vista. La seconda economia del mondo, infatti, non manifesta un significativo canale di afflusso di capitali esteri sul mercato delle azioni A, dove gli stranieri controllano a malapena il 3% della capitalizzazione complessiva.

In pratica Seoul allo stato attuale è una scommessa su una sorta di ripresa, o quanto meno di diminuzione delle tensioni, a livello globale e in Asia in particolare. Il mercato è decisamente ciclico, con interi comparti che non hanno davanti prospettive strutturali floridissime. Inoltre la Corea sta vivendo il più rapido processo di invecchiamento della storia umana: ci sono voluti infatti solo 17 anni (dal 2000 al 2017) per passare dallo status di società aging, ossia con almeno il 7% di popolazione al di sopra dei 65 anni, a quello di aged, in cui sopra tale soglia di età vi sta una quota almeno del 14%. Il precedente record di 27 anni era detenuto dal Giappone.

Vista anche la mancanza di welfare, grandi prospettive per i consumi domestici non ce ne sono: essenzialmente il paese si appoggia nel suo processo di crescita sui comparti ad alta e altissima tecnologia, fra cui un ruggente settore farmaceutico, e su prodotti e servizi di consumo orientati alla gioventù asiatica, come videogiochi, cosmetici, turismo, etc. Si tratta in generale di pilastri economici non dei più stabili, specialmente quando un colosso come Samsung Electronics rappresenta circa un quarto della capitalizzazione complessiva. Un titolo peraltro legato a diversi cicli, sia dei componenti, sia dei prodotti finali, le cui prospettive non sono facilissime da decifrare

Ciò nonostante, con un quadro di ripresa non ci sarebbe da stupirsi di vedere un rialzo anche nell'ordine di un ulteriore 20%, pure in presenza di una crescita dei profitti anemica. Ciò infatti comporterebbe per il Kospi andare intorno a quota 2.600, poco sopra i massimi del 2017, peraltro messi a segno dopo anni di mercato insipido. Luci e ombre dunque, con possibilità di profitto che più o meno si equivalgono a quelle di perdita.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: corea, kospi, azioni, prospettive
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