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L'enigma statunitense

27/03/2019

 L'enigma statunitense

Concludiamo la nostra carrellata sulle economie che hanno deluso e quelle di maggiore successo. E in questa logica vale la pena citare la numero uno sul pianeta in termini nominali, ossia gli Stati Uniti d'America. E in un’analisi di questo genere è apparso immediatamente difficile collocare l'America in uno dei due campi. Infatti gli anni 2000 sono stati un periodo di forte ambiguità per la super-potenza cruciale del mondo: segnali di grande vivacità e di declino preoccupante sono infatti emersi contemporaneamente. Alla fine la scelta è stata porre gli Usa in un terreno intermedio.

Intanto alcune considerazioni geopolitiche e sociali: alla fine degli anni ‘90 il paese era al massimo del suo fulgore, con l'ex mondo comunista al disastro, l'Europa in sclerosi perenne e la Cina ancora costretta a gestire una povertà di tipo africano in gran parte del proprio territorio. Gli Usa sembravano i protagonisti assoluti della rivoluzione tecnologica. Diversi indicatori sociali erano ugualmente in netto miglioramento: crimine violento, diffusione delle droghe pesanti e altri campi in cui gli Usa vantavano un poco invidiabile primato nell'area Ocse mostravano segnali incoraggianti.

Vent'anni dopo il quadro a prima vista mostra un forte deterioramento, con, ad esempio, la speranza di vita calata per tre anni di fila dal 2015 al 2017: bisogna risalire ai tempi della guerra 15-18 e della pandemia di influenza dell'epoca per trovare un simile disastro. Al contempo la polarizzazione politica, in una società mai particolarmente interessata a questi argomenti, ha raggiunto livelli inusitati.

Se ci concentriamo però sui dati economici in senso stretto, emerge un paradigma di ambiguità. È vero che la ripresa dal 2010 in poi è stata molto tenue, anche se l'anno scorso (almeno secondo le stime finora portate avanti) gli Usa sono riusciti a raggiungere il 3% di crescita del Pil, una soglia che non veniva raggiunta dal 2005. Ma è anche fuori discussione che ormai sono 10 anni che non c'è una recessione: si tratta dunque di un ciclo molto blando, ma anche molto lungo.

Complessivamente per quanto riguarda la crescita del Pil nel decennio che va da inizio 2010 a fine 2019, presupponendo per quest'anno una previsione di aumento del 2,4%, il totale cumulato è stato +25,1%. Il decennio precedente (2000-2009), caratterizzato da due recessioni, era stato ben peggiore, con un aumento totale intorno a +18,4%.  Indubbiamente il paragone con i magici anni ‘90, in cui complessivamente si ebbe un incremento dell'output economico del 37,3%, è sfavorevole, però la mancanza di una vera crisi per un intero decennio ha comunque compensato l'assenza di una fase di vero boom.

Se poi esaminiamo i dati dal punto di vista pro capite il quadro è ancora più favorevole agli Usa di questi anni, una nazione sì più giovane rispetto all'Europa e con un migliore andamento demografico, ma comunque anch'essa in via di invecchiamento e progressiva stagnazione della propria popolazione. Quest'ultima è cresciuta infatti nell'ultimo decennio a ritmi di poco superiori allo 0,7%, con un incremento del Pil pro capite cumulato nel periodo 2010-2019 del 17,4%, mentre nel corso del 2000-2009 l'incremento demografico si era posizionato intorno a +0,9% con un misero aumento complessivo del dato economico pro capite intorno a +7,9%.

Al netto della demografia anche gli anni ‘90 vanno ridimensionati: nel corso di quel periodo la popolazione passò da 250 milioni di abitanti a circa 279, riducendo l'incremento del Pil pro capite a poco più del 23%.  Se si considera il livello di ricchezza da cui già partivano gli Usa non sembrano esserci enormi motivazioni di malessere, ma, se si scava un poco più a fondo nei dati, un quadro più ambiguo comincia a delinearsi: vale certamente la pena approfondire ulteriormente questo argomento, visto che si tratta della maggiore potenza economica e politica del pianeta.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: stati uniti, pil, demografia, recessione
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