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Covid19: tra riapertura e rischio di nuovi lockdown

23/06/2020

Covid19: tra riapertura e rischio di nuovi lockdown

L’Italia è ormai nel pieno della fase 2 e si prepara alla riapertura totale dell’attività economica, nonostante la minaccia del Covid-19 non sia del tutto scomparsa e – di riflesso – è sempre presente il rischio di nuovi lockdown. A fare il punto in cui si trova il Paese è uno studio di un tema di ricercatori e docenti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, della Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia, dell’osservatorio OFCE dell’Università Sciences Po di Parigi e dell’Istituto Regionale di Programmazione Economica Toscana di Firenze. Gli esperti ritengono che la ripartenza della nostra economia dipenda “in maniera stretta dalle interconnessioni delle filiere produttive e dal tasso di concentrazione regionale delle attività”.

Prepararsi al meglio per eventuali nuovi focolai

Gli accademici sostengono che c’è “la necessità di studiare l’impatto che il lockdown ha avuto e avrà sull’economia italiana e comprendere come sia possibile gestire al meglio la ripresa dell’attività economica tutelando la salute dei cittadini”. Questo, spiegano, “è particolarmente rilevante per essere preparati di fronte a possibili nuovi focolai della pandemia, che potrebbero costringere a chiudere di nuovo aree del nostro Paese”. Lo studio ha avuto due finalità: valutare l’impatto delle misure di contenimento e fornire informazioni utili per gestire un nuovo lockdown e la successiva riapertura. L’analisi “mostra come la forte interdipendenza fra i settori produttivi e l’elevato dualismo dell’economia italiana impongano forti vincoli sulla gestione della ripartenza dell’attività economica”.

Raggiungere almeno il 60-90% dell’output per evitare nuovi crolli

È necessario, afferma Mauro Napoletano, senior researcher presso l’osservatorio OFCE dell’Università Sciences Po, “che quasi tutti i settori possano operare ad una percentuale tra il 60% e il 90% del loro livello storico medio, per raggiungere una produzione complessiva vicino ai livelli precedenti alla chiusura”. Per questo motivo, precisa, “sarebbe molto difficile immaginare eventuali nuove chiusure parziali delle attività economiche, senza evitare forti cadute della produzione”. Lo studio mette quindi in luce come la ripresa economica debba, in modo necessario, andare di pari passo con il contenimento dei contagi, “e come misure parziali avrebbero un significativo costo economico senza ridurre in maniera drastica il rischio epidemiologico”.

Impossibile metà produzione con blocco 4 regioni del Nord

Il peso dei vari settori e delle varie regioni nel permettere al sistema economico di tornare a livelli di produzione precedenti alla pandemia è molto eterogeneo. A questo proposito Fabio Vanni, post-doctoral researcher presso l’OFCE, sostiene che “i contributi maggiori (diretti e indiretti) provengono da settori quali costruzioni, commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio”. Mentre i servizi di alloggio e ristorazione (che comprendono buona parte delle attività riconducibili al turismo) contribuiscono invece soltanto per il 3%, anche considerando gli effetti indiretti. Da un punto di vista geografico, sottolinea ancora Vanni, “sarebbe invece impossibile arrivare alla metà della produzione totale se ci fosse un lockdown nelle quattro grandi regioni del Nord Italia (Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna)”.

Il delicato rapporto tra obiettivi economici ed epidemiologici

La problematica correlazione tra obiettivi economici ed epidemiologici, secondo Andrea Roventini, professore ordinario all’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, si risolve attraverso l’analisi delle filiere. Questo, spiega, “permette di considerare non soltanto il soddisfacimento di un certo livello di domanda da parte del sistema produttivo, ma anche di considerare il numero di addetti che dovrebbero essere impiegati per raggiungere tale obiettivo, nonché il loro grado di esposizione al rischio Covid-19 su base regionale”. L’estensione dell’analisi alle filiere produttive permette infatti di valutare i rischi legati all’attivazione delle componenti del sistema produttivo necessarie al soddisfacimento della domanda di beni di consumo, di beni di capitale (investimenti) e delle esportazioni.

Consigliabile una strategia di riapertura basata sulle filiere

“Più in generale – sottolinea Leonardo Ghezzi, ricercatore presso l’Istituto Regionale di Programmazione Economica Toscana - abbiamo considerato sei filiere produttive che, nel loro complesso, coprono circa il 25% della produzione nazionale e impiegano oltre 4 milioni di dipendenti. I 334mila operai delle sei filiere esposti a un rischio Covid-19 superiore al rischio mediano corrispondono solamente all’1,3% del totale degli occupati in Italia. Di questi, circa 211mila, cioè lo 0,8% dell’occupazione totale si troverebbero nelle 5 regioni a maggior rischio Covid (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Toscana)”. Questo risultato evidenzia che una strategia di riapertura dell’attività economica (e delle eventuali chiusure future) fondata sulle filiere produttive e non sulla classificazione settoriale permetterebbe di risolvere - o per lo meno di attenuare - la tensione tra obiettivi di ripresa economica e controllo dell’epidemia da coronavirus.

A cura di: Fernando Mancini
Parole chiave: italia, lockdown, coronavirus
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