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La lunga notte della Russia

10/08/2016

I governanti russi sono ottimisti sullo stato di salute dell’economia domestica, ma le loro valutazioni contrastano con la realtà quotidiana che si trovano a dover affrontare i cittadini, a due anni dall’introduzione delle sanzioni che l’Ue e altri paesi occidentali hanno imposto a Mosca a causa della sua gestione dei rapporti con l’Ucraina. Il Cremlino ha risposto alle sanzioni con la proibizione di importare alimenti e merci dai paesi sanzionatori.

Lo scorso 16 giugno, in occasione del Forum Economico tenutosi a San Pietroburgo, il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto che sono state poste le basi per un trend ascendente della crescita economica. Secondo Putin, la politica perseguita dalla Banca Centrale russa ha contribuito ad assicurare la stabilità macroeconomica e a frenare l’inflazione, consentendo di mantenere un elevato livello delle riserve di oro e divise. Putin ha aggiunto che l’economia russa ha dato prova di sapersi adattare alle mutate condizioni economiche ed ha ottenuto vantaggi competitivi dall’introduzione di un cambio flessibile della divisa nazionale. Come ciliegina sulla torta, Putin ha ricordato che il Governo non ha introdotto limitazioni ai movimenti di capitale e non intende optare per misure di questo tipo.

Questi i proclami, ora passiamo ai dati reali. Dal 2014, il paese è alle prese con sanzioni che ne hanno ristretto l’accesso al mercato internazionale dei capitali. Le contro-sanzioni volute dal Governo di Mosca hanno aggravato la situazione perché hanno innescato un aumento del costo del paniere di beni di prima necessità. Il rublo si è svalutato di circa il 50% contro le principali divise e, dinanzi alla riduzione delle risorse disponibili, il Governo ha dovuto tagliare del 10% la spesa pubblica per il 2016. Il Pil russo ha perso il 3,7% nel 2015 (le stime governative indicavano un progresso dell’1,2%).

Da alcuni decenni, il vero problema dell’economia russa è l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di petrolio e materie prime. Una crisi strutturale esige riforme strutturali e non saranno né la riduzione del tasso d’inflazione né la stabilità macroeconomica a risolvere i problemi di fondo. Nel 1997, il Pil domestico cresceva e l’inflazione era stata portata sotto la soglia del 10%, ma quelle condizioni, apparentemente favorevoli, non furono sufficienti a evitare la bancarotta del 1998.

Attualmente alcuni dati sono ingannevoli, come quello concernente la produzione di automobili, cresciuta del 4% a maggio su base annua. Il dato potrebbe generare ottimismo, tuttavia, nello stesso periodo le vendite di nuove auto sono crollate del 14%. Il ridimensionamento del livello di vita si è fatto sentire sui consumi sia di beni durevoli sia di beni di prima necessità (alimentari). Il commercio al dettaglio ha subito una battuta d’arresto del 6,3% e la spesa media dei nuclei familiari è calata del 10%

Il Governo russo continua a fomentare una strategia basata sulla sostituzione delle importazioni e cita, come esempio virtuoso, l’agricoltura. Gli operatori del settore agricolo hanno tratto beneficio dall’introduzione di contro-sanzioni sui beni alimentari, ma hanno subito –causa la svalutazione del rublo-  l’incremento dei prezzi dei macchinari e dei semi. Altro punto a sfavore è dato dai maggiori costi da sostenere per ottenere finanziamenti, con gli interessi che hanno subito una forte impennata.

In cosa potrebbe consistere una cura per i mali della Russia? Gli economisti credono che l’economia russa abbia bisogno di una diversificazione produttiva che sia capace di stimolare la domanda interna. Tra le modalità proposte per centrare l’obiettivo è citata la drastica riduzione delle imposte a carico delle imprese di piccole dimensioni (inclusa la soppressione delle imposte per le microimprese) e iniziative di supporto all’esportazione. Per ora il Governo russo prende tempo e sono in molti a scommettere che non accadrà nulla prima della prossima tornata elettorale prevista per il 2018.

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