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Bond in Usd, una mina per le aziende degli EM

07/10/2016

Negli ultimi anni, le imprese dei paesi emergenti hanno raccolto ingenti risorse emettendo obbligazioni in Usd. Saranno in grado di onorare i propri debiti in caso di rafforzamento del biglietto verde?

Tutti i periodi di espansione e recessione economica, allo stesso modo di quelli in cui si verificano incrementi e cadute delle quotazioni degli assets finanziari, presentano elementi comuni con quelli che li hanno preceduti. L’analisi di questi elementi consente di formulare delle previsioni. Tuttavia, mettendo a confronto i singoli periodi è possibile individuare componenti che complicano l’attività previsionale.

La Grande Recessione ha rappresentato l’esempio più nitido di complessità, in particolare per gli effetti indiretti riconducibili ad essa. Attualmente, tutto sembrerebbe indicare che ci troviamo all’inizio di una fase dominata da questa tipologia di effetti. Infatti, l’annuncio del tapering da parte della Federal Reserve, ha convinto gli investitori dell’opportunità di rivedere la destinazione dei propri capitali.

In un primo momento, gli assets finanziari dei paesi emergenti sono quelli che hanno sofferto di più a causa del cambio intervenuto nell’appetito per il rischio. Questa reazione conferma che negli ultimi anni sono stati proprio i paesi emergenti i principali beneficiari dell’aumento della base monetaria da parte della Banca Centrale Usa.

La relazione diretta tra la magnitudine del deficit delle partite correnti del paese e il deprezzamento della divisa locale rispetto al dollaro Usa, rappresenta una conferma del vincolo che lega il trend delle local currencies alle decisioni della Fed. Di conseguenza, è partita la caccia ai parallelismi con quanto accaduto durante la crisi del 1997-1998.

Non vi è dubbio che i collegamenti esistano, ma allo stesso tempo è possibile individuare caratteristiche peculiari molto diverse: la migliore posizione delle finanze pubbliche (il deficit pubblico degli emerging markets è, in media, il 2% del Pil e lo stock del debito ammonta al 35%), l’elevato livello delle riserve di valuta estera nelle mani delle banche centrali (oscilla in media tra il 5% e il 15% del Pil), i minori tassi d’inflazione e, soprattutto, che i deficit delle partite correnti, di minore magnitudine e relativamente recenti, siano finanziati in maggiore misure mediante flussi di investimenti diretti esteri (più stabili rispetto al passato).

Questo mix di fattori ha consentito ad alcuni paesi emergenti –quelli più virtuosi- di recuperare il terreno perso e riconquistare la fiducia degli investitori (trend confermato dall’incremento dei flussi d’investimento indirizzati agli Em).

Tuttavia, accanto ai punti di forza, possono trovare spazio anche alcune debolezze che differenziano la situazione attuale da quella sperimentata in passato. La principale debolezza sembra essere l’elevato livelli di finanziamenti in valuta estera captati dalle società dei paesi emergenti. Non sono i Governi a soffrire le pene del peccato originale (perché il debito pubblico è denominato per lo più in valuta locale), ma le grandi imprese, che hanno raccolto risorse mediante l’emissione di bond denominati in dollari, senza che le principali fonti di guadagno delle stesse aziende siano denominate nella stessa divisa.

A questo punto si nota come stia facendosi largo un fattore di rischio nelle economie emergenti e, in particolare, in seno alle loro imprese (contrariamente a quanto sta accadendo nelle compagnie dei paesi industrializzati): l’impatto di una sensibile svalutazione delle divise locali può pesare non poco sulla capacità di ripagare l’ammontare di debito sottoscritto in Usd. Il miglioramento del livello di affidabilità delle imprese dei paesi emergenti può contribuire a mitigare tale rischio, ma non è in grado di eliminarlo.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: bond, emergenti, valuta locale, usd
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