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Emergenti, più sono stabili, meno performano

01/03/2017

Come abbiamo visto, dalla fine del 1999 all'ultimo venerdì di febbraio di quest'anno le migliori performance sono state registrate, in termini di indice azionario locale convertito in dollari, dalla Russia (circa +547% cumulato) e dalla Cina (+428% ). Ciò permette di vedere che i rendimenti dell'equity delle economie emergenti, nelle fasi di bull market, sono in realtà caratterizzati da un andamento piuttosto irrazionale.

Infatti a venire privilegiati sono i paesi percepiti come a maggiore potenziale, mentre tendono a sottoperformare quelli più stabili e caratterizzati da un reddito pro capite più elevato. Andiamo a vedere infatti qualche dato: sempre nella fase presa in considerazione l'India è salita del 277% in termini cumulativi, l'Indonesia di oltre il 320%, il Messico di oltre il 210% mentre il Brasile ha registrato meno del 130%.

Chi ha invece relativamente deluso in questa lunghissimo arco di tempo? Lo spartiacque sembra che sia stato il mercato azionario coreano, cumulativamente salito di poco più del 105% e negli ultimi anni piuttosto fedelmente correlato all'asset class mercati emergenti in generale, dopo che nel periodo d'oro 2003-2007 invece aveva manifestato rendimenti complessivi decisamente inferiori.

Scendendo poi troviamo che il mercato malese ha fornito meno del 60%, mentre l'equity polacco si fermato a un +20% circa e quello taiwanese addirittura a +18%.

La Polonia è considerata da molti la più moderna delle economie dell'Europa dell'est, la Malaysia è il più ricco degli stati del Sud-est asiatico (Singapore a parte) e Corea e Taiwan hanno raggiunto negli ultimi anni standard di vita occidentali. Ciò nonostante, il loro azionario non è riuscito ad attirare né ingenti capitali dall'estero, né a mobilitare una base di investitori domestici, peraltro comunque meno possente rispetto alle nazioni occidentali. Infatti anche nelle ricche Corea e Taiwan l'accumulo di ricchezza è partito comunque più tardi, mentre i più ricchi fra gli investitori privati locali mostrano una netta predilezione per l'immobiliare.

In qualche maniera queste piazze si sono trovate a essere né carne né pesce, il che comunque ha portato anche vantaggi nell'era post-2007. Infatti gli ultimi anni hanno visto ancora qualcuno dei temi di quello che sarcasticamente potremmo definire come fantasy investing: ad esempio, c'è stata una corsa ai consumi del Sud-est asiatico, però in gran parte vi è stato un drammatico ritorno alla realtà di economie scarsamente diversificate e probabilmente arrivate a quella che viene comunemente definita middle-income trap. Il Brasile, che fino a un certo punto era una della star assolute del mondo emergente, ai picchi nel 2010 evidenziava performance cumulate oltre il 340% dalla fine del 1999, mentre nel quinquennio finito a metà 2016 ha vissuto perdite disastrose: complessivamente da fine 2007 al febbraio di quest'anno il Bovespa è tuttora sotto di circa il 40%.

Nello stesso periodo la Russia ha lasciato oltre la metà del proprio valore, mentre il China enterprises index è sceso di oltre il 35% in dollari. Contemporaneamente Corea, Malaysia e Taiwan hanno sperimentato declini inferiori al 10%, non molto meno del circa -6% dell'Msci Em. Questa discrepanza, come abbiamo visto, è in parte dovuta alla diversa composizione degli indici nazionali rispetto a un benchmark globale come l'Msci Em.

Dunque la zona grigia dei quasi sviluppati fornisce comunque un certo cuscino alla volatilità estrema di questa asset class, quando giunge il triste risveglio delle aspettative deluse che spesso accompagna la traiettoria di molte nazioni in via di sviluppo.

Questo processo, come abbiamo visto, ha coinvolto anche alcuni dei maggiori colossi di stato cinesi, passati dal ruolo di star presso gli investitori internazionali a multipli ridicoli, mentre negli ultimi anni la maggior parte del denaro entrato sui listini del Dragone (almeno a livello di aziende quotate all'estero) è defluito verso la nuova economia dei consumi locali, con internet a farla da padrone.

Dunque anche la prima potenza manifatturiera del mondo in questo ambito ha presentato finora tipici pattern da listino in via di sviluppo. In futuro le cose potrebbero essere diverse e l'investimento in azioni di altre potenze asiatiche di medio livello, che con la Repubblica popolare sono profondamente integrate, potrebbe rappresentare un valido sistema per rendere un po' più stabile una scommessa secolare su un rerating dell'intero mercato azionario cinese.

Infatti se internet e i settori più avanzati dovessero continuare a espandersi, fino a quotare come le controparti americane, è inevitabile pensare che ciò implicherebbe un profondo processo di modernizzazione che andrebbe a coinvolgere anche la redditività dei comparti tradizionali.

Per questo, quando abbiamo operato la nostra simulazione sull'aumento di capitalizzazione di diverse mega-cap cinesi, abbiamo compreso nel discorso anche banche e telecom. Se un giorno titoli come Baidu, Tencent, Ali Baba e altri dovessero diventare colossi di dimensioni superiori a quelle dei titani statunitensi e quindi in grado di raccogliere enormi quantità di denaro da tutti gli investitori del mondo, con conseguenti quotazioni premium, vorrebbe dire che i progressi in termini di Pil pro capite sarebbero tali da giustificare lo stesso premio anche per produttori di auto, acciaierie, gruppi di beni di largo consumo e altri comparti.

Nel frattempo diversificare parte del portafoglio in economie collegate alla Cina ma con minori incognite può essere un buon sistema per preservare un minimo di integrità del proprio apparato cardiaco

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: mercati emergenti, taiwan, corea, cina
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