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Il peso dei cambi nei portafogli d'investimento

18/07/2017

Un semplice ragionamento può aiutarci a capire che il fattore più importante da analizzare per valutare il rischio di cambio è l’asset incluso in portafoglio, non la moneta in cui viene contabilizzato

Se investite in un fondo che ospita in portafoglio titoli di stato statunitensi e ha valore liquidativo in dollari, state assumendo un rischio valuta in usd o euro? La risposta esatta è: dollari Usa. E se il fondo ospitasse Bund tedeschi denominati in euro e avesse valore liquidativo in sterline? Il rischio divisa questa volta si concentrerebbe sulla divisa unica europea..

L’importanza fondamentale del tipo di asset trova conferma nel fatto che le risposte a queste domande sarebbero diverse se il focus del nostro veicolo d’investimento si concentrasse sui titoli di rischio (azioni) e non su quelli di debito (obbligazioni). Nel caso delle azioni, molti investitori tendono a credere che stanno assumendo un rischio valutario che, in realtà, non è legato al tipo d’investimento prescelto. Per questo motivo, nel momento in cui investono in titoli denominati in valuta estera, molti tendono a utilizzare una copertura dal rischio divisa.

Ipotizziamo che un investitore sia interessato alle azioni di un’azienda che vengono quotate sia in una Borsa europea (quindi in euro) sia a New York (quindi in dollari), acquisti 1.000 titoli in euro e altrettanti in dollari. In entrambi i casi, il valore dell’acquisto sarà, al cambio attuale, similare in entrambe le divise. Trascorsi tre mesi o venti anni, il valore continuerà a mantenere questo equilibrio, indipendentemente dall’evoluzione seguita dal cambio. Se un investitore coprisse la posizione in dollari, genererebbe un risultato favorevole o contrario che nulla avrebbe a che fare con l’evoluzione del business della società.

Se il titolo oggetto dell’acquisto quotasse soltanto in rupie indiane, non avrebbe una valutazione a livello di società molto differente da quella espressa dall’attuale cambio in euro o in dollari. Se estremizziamo il nostro ragionamento, nel caso in cui la società prescelta, con lo stesso business come sottostante, quotasse solo in rupie indiane, non presenterebbe nel tempo una valutazione molto diversa da quella attuale al cambio in euro o in usd. Per tale ragione, gli investitori che acquistano il titolo non dovrebbero proteggersi da eventuali svalutazioni della rupia. Se la rupia cala, ogni azione tenderà a valere più rupie, e se il prezzo cresce, meno rupie.

La conclusione non è differente se eliminiamo il vincolo valutario a singole economie o regioni. Se l’azione prescelta quotasse in once d’oro, bitcoins, chilogrammi di soia o tulipani, non ci sarebbe ragion alcuna per proteggersi dall’andamento del valore di questi assets. Il prezzo dell’azione è espresso in ragione della moneta (unità di misura) in cui quotano. Se il valore della moneta scendesse, il prezzo dell’azione salirebbe e viceversa.

Le coperture hanno valenza di breve termine per quelle aziende che sono caratterizzate da una forte attività export oriented. In quest’ultimo caso, i risultati aziendali possono variare con forza in funzione dell’andamento delle valute in cui opera. Tuttavia, nel medio e lungo termine, il valore delle imprese dipende dal loro modello di business (processi, persone, servizi, qualità, posizionamento, immagine, capacità di acquisire nuovi cleinti etc) e non dal tasso di cambio. Per esempio, la capitalizzazione dell’euro contro il dollaro influisce sui risultati di Amazon, Coca Cola o Apple, ma non è una variabile determinante sulla valutazione data al business delle compagnie.

Diverso è il ragionamento per le obbligazioni. In questo caso ha senso coprire il rischio divisa. I bond sono promesse di pagamento denominate in una divisa. Indipendentemente dalla divisa o altra unità di misura, chi le sottoscrive si assume il rischio che questi asset valgano meno quando giungeranno a scadenza. Per questo motivo, la copertura di cambio adottata nel caso di un investimento obbligazionario ha una sua ragion d’essere.

La maggior parte degli investitori detiene quote più o meno rilevanti di risparmi investiti in titoli denominati in usd e tende a calcolare l’esposizione valutaria del proprio portafoglio senza distinguere tra azioni e bond. La modalità di calcolo esatta dovrebbe tener conto solo dei bond e della quota obbligazionaria destinata dai fondi comuni sottoscritti ai bond denominati in usd.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: usd, euro, cambi, portafogli
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