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Mercati globali, le minacce

25/07/2017

Mercati globali, le minacce

Abbiamo recentemente visto che il maggiore indice che monitora le piazze finanziarie mondiali nel loro complesso, l’Msci world, ha messo a segno una prima parte dell’anno di grande rilievo in dollari, con +8,37% dal 2 gennaio e addirittura +27,01% a un anno. Gli elementi positivi che fanno pensare che l’intero pianeta stia vivendo una sorta di boom ovviamente non mancano, ma per la verità ci sono anche fattori che non sono poi così positivi e che possono dare notevoli inquietudini per il futuro.

Vediamo su quali punti si deve soffermare un investitore prudente, portato a vedere più i rischi che le potenzialità.

Wall Street. Oggi il mercato azionario americano è forse la maggiore minaccia alle piazze equity di tutto il mondo. Con un livello venerdì 21 luglio di 2.472 punti, che rappresenta di fatto il record di sempre, il benchmark più rappresentativo della maggiore economia della Terra ha dato certamente un contributo fondamentale alla crescita dell’indice globale. All’inizio dell’anno era a 2.257 e ha evidenziato +9,52%, un punto abbondante sopra l’Msci world nello stesso periodo. Molto bene anche il Nasdaq composite, passato in quasi sette mesi da 5.429 a 6.387, con una performance del 17,64%. In pratica se si dovessero guardare questi dati, si potrebbe considerare l’America un elemento di grande forza per l’economia globale.

In realtà gli Usa rappresentano oggi uno dei punti più indecifrabili dell’economia globale, al punto che recentemente la survey riferita a giugno di Bank of America Merrill Lynch, realizzata interpellando centinaia di gestori di fondi in tutto il mondo, ha dimostrato che complessivamente i money manager su Wall Street stanno adottando un underweight netto del 20%, in forte crescita rispetto al 15% di maggio.

A dare dubbi sono diversi elementi: la crescita del Pil, che dovrebbe restare intorno al 2% su base annua, appare abbastanza bloccata e soprattutto le grandi speranze che l’avvento della nuova amministrazione Trump aveva suscitato si sono molto ridimensionate. Abbassare le tasse, dare il via a un enorme piano di infrastrutture, realizzare una deregulation sui mercati e fare rientrare capitali non è precisamente una passeggiata e il rischio che le promesse elettorali restino solo sulla carta si sta manifestando sempre più reale.

Inoltre il mercato, dopo mesi e mesi di nuovi record sta diventando caro, anche se probabilmente parlare di bolla, almeno per la maggioranza delle azioni, è sicuramente eccessivo.

Tensioni geopolitiche. Alcune delle principali tensioni geopolitiche, come l’affermarsi di partiti populisti in Europa, sono svanite, ma non mancano certamente ancora i dossier aperti. La Corea del nord, la situazione in Medio Oriente estremamente confusa (per usare un eufemismo), la Russia, di cui si parla poco, ma che non ha certo cessato la sua politica espansionista, il problema migrazione e, non ultima, l’Italia a rischio di totale ingovernabilità rappresentano ancora incognite non da poco, che potrebbero inceppare la crescita mondiale.

Il petrolio. Nei mesi scorsi la crescita dei corsi del petrolio sopra 50-55 dollari al barile aveva dato un forte ottimismo a tutta l’economia globale. Un prezzo stabile ampiamente sopra 50 dollari e magari proiettato verso 60 rappresentava quasi l’ideale per tutti. Per i paesi consumatori si tratta di un prezzo che non mette in crisi nessuna industria, mentre per i produttori è un livello che consente di guadagnare discretamente e di conseguenza avviare nuovi investimenti. Attualmente, però, il Wti americano è intorno a 45 dollari, mentre il Brent è nell’area di 47. In pratica da questo settore non è arrivata alcuna seria spinta e soprattutto le quotazioni appaiono estremamente fragili e in grado di dare ricadute pesanti sulle economie dei maggiori produttori mondiali: l’Arabia Saudita, la Russia e gli Usa.

Tassi e mercato obbligazionario. Nonostante l’estrema cautela delle banche centrali, in quasi tutto il mondo c’è una tendenza al rialzo dei tassi e di conseguenza dei rendimenti del mercato obbligazionario. L’incremento degli interessi chiaramente non fa bene alle imprese quotate, che pagano il denaro più caro; per di più nel momento in cui i bond cominciano a offrire cedole più alte diventano concorrenti più agguerriti nei confronti del mercato equity e spostano consistenti capitali verso l’obbligazionario in tutto il mondo.

A cura di: Alessandro Secciani
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