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Corea del nord, tre scenari per capire

30/08/2017

La Corea del nord continua a lanciare missili in grado di coprire distanze sempre più lunghe e soprattutto capaci di montare ordigni atomici. Secondo gli osservatori militari, oggi il piccolo e poverissimo paese asiatico potrebbe fare arrivare un’atomica sul territorio degli Stati Uniti.

I mercati finanziari non hanno per nulla gradito questa novità: quasi tutte le borse azionarie europee sono scese nella giornata di martedì, anche se in maniera non drammatica (Piazza Affari -1,36%, Londra -0,73%, Francoforte -1,37% e Parigi -0,78%), mentre il mercato azionario giapponese, che avrebbe dovuto essere il più interessato dal recente esperimento, visto che il missile ha attraversato per largo l’intero Giappone ed è caduto nelle acque territoriali del Sol Levante, ha perso solo lo 0,45%, peraltro più per il rafforzamento dello yen che per le minacce nord-coreane.

Ma il mercato che ha reagito più violentemente è stato quello valutario, dove l’euro ha superato quota 1,20 sul dollaro, con un’accelerazione sicuramente fuori dal normale.

A questo punto, al di là delle ovvie terrificanti conseguenze umane, quale impatto potrà avere la politica militare della Corea del nord sull’intero pianeta? E soprattutto attualmente quali scenari geopolitici si aprono? Vediamo di guardare l’intera vicenda con un minimo di razionalità e di capire quali sono le ipotesi oggi più probabili.

Scenario n. 1 (poco probabile): l’intervento di Usa e Cina. Probabilmente i prossimi mesi sono l’ultima opportunità che le due superpotenze, Stati Uniti e Cina, hanno per intervenire militarmente e politicamente su Pyongyang e costringerla con le buone o con le cattive a smantellare il proprio programma nucleare. Difficilmente un’operazione di questo genere potrebbe essere realizzata in maniera indolore e soprattutto è impensabile che Washington e Pechino non trovino un accordo, magari non ufficializzato.

I rischi di questo atto di guerra e l’instabilità che potrebbe portare sono certamente enormi e, al di là delle dichiarazioni bellicose da parte Usa e nord-coreana e dell’evidente perdita di pazienza dei cinesi, prima di dare il via a questa opzione i vertici politici e militari dei paesi coinvolti avrebbero moltissimi dubbi.

Scenario n.2 (pochissimo probabile): l’attacco nord-coreano. È possibile che, andando contro ogni logica, la leadership del piccolo paese asiatico attacchi il Giappone, la Corea e persino gli Stati Uniti, visto che oggi ne avrebbe la capacità tecnologica. E poi? Sarebbe semplicemente la totale catastrofe, soprattutto per la Corea del nord, che verrebbe annullata dalle cartine geografiche.

Un’ipotesi del genere sarebbe possibile solo nel caso di chiara e conclamata pazzia clinica da parte di una dirigenza politica che finora, se si bada agli atti e non alle parole, in fondo si è mossa con una certa accortezza.  Solo una visione apocalittica e autodistruttiva potrebbe portare a ciò, anche se, secondo diversi conoscitori della Corea, una vena fortemente distruttiva è presente nella cultura del paese. Ma si tratta razionalmente di un’ipotesi molto remota.

Scenario n. 3 (il più probabile): l’arrivo di un nuovo membro capriccioso nel club atomico. Nell’abc militare possedere un limitato numero di bombe atomiche significa semplicemente gestire una forza di dissuasione, vale a dire la capacità di impedire a qualsiasi nemico di invadere il territorio: la popolazione invasa avrebbe comunque la possibilità con le sue poche atomiche di fare danni talmente grandi all’invasore da non rendergli conveniente l’intera operazione. In pratica paralizzare completamente ogni iniziativa aggressiva. È ciò che hanno fatto la Francia e la Gran Bretagna.

Se il vero scopo di Pyongyang fosse questo, in pratica avremmo un nuovo membro nel club atomico e soprattutto un componente capriccioso, capace di ottenere tutti i vantaggi politici possibili e immaginabili, in grado di portare la tensione agli estremi limiti senza superarli mai. Una sorta di guerra fredda permanente che coinvolgerebbe in maniera molto pesante tutta l’area del Pacifico.

Se si determinasse davvero questa situazione, che appare come l’unico sbocco oggi realistico, il Far East si troverebbe di fronte a una continua instabilità e una delle aree a più veloce crescita del mondo rischierebbe di impantanarsi in una continua tensione e in una continua incertezza. E, si sa, se ci sono due cose che i mercati odiano sono la tensione e l’incertezza.

A cura di: Alessandro Secciani
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