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Default per i bond in valuta estera venezuelani

14/11/2017

L’agenzia di rating Standard and Poor’s ha dichiarato ufficialmente che il debito sovrano denominato in valuta estera del Venezuela è in default dopo che il paese sudamericano ha comunicato di non poter onorare i prossimi stacchi di cedole

Si tratta di un ammontare corrispondente a 200 mln di usd relativi alle emissioni in scadenza nel 2019 e 2024. Di conseguenza, l’agenzia di rating ha abbassato al livello SD/D (selective default/default) la valutazione sul debito sovrano a breve e lungo termine in valuta estera.

Nicolas Maduro ha annunciato il 2 novembre l’intenzione di procedere alla ristrutturazione del debito, provocando un’impennata della volatilità dei bond del paese. Il rendimento dell’unico sovereign bond che viene ancora scambiato sui mercati internazionali -258 mln di usd con scadenza 2018 e una liquidità ridotta all’osso- si è impennato fino al 200% dopo le parole pronunciate dal presidente. In quanto al prezzo del titolo, la perdita è vicina al 60% con una quotazione vicina a 30 (fu collocato a 97). Si tratta di livelli che scontano il default dei 60 mld di debito venezuelano denominato in usd.

Le difficoltà di Caracas affondano le radici nel blocco finanziario totale decretato dalle autorità statunitensi l’estate scorsa. La misura impedisce alle banche statunitensi che operano nel paese di sottoscrivere emissioni venezuelane o accettare scambi di titoli vecchi con nuovi titoli. L’ipotesi di un collasso finanziario del Venezuela aleggia da tempo nel panorama internazionale e ha subito una forte accelerazione da quando le quotazioni del petrolio hanno abbandonato livelli stratosferici.

L’ipotesi default è un’arma a doppio taglio. Da un lato rappresenta la principale minaccia alla sopravvivenza del Governo venezuelano in carica. Per altro verso, Caracas può utilizzarla come arma per fare pressione sui principali creditori occidentali ( che rispondono ai nomi di BlackRock, Fidelity, JP Morgan. Goldman Sachs). Quest’ultima si è resa protagonista la scorsa estate di una transazione di 2.800 mln di Usd in bond emessi dal colosso petrolifero venezuelano Pdvsa a un prezzo infimo.

Uno degli scenari da non scartare a priori è la possibilità che il Governo di Caracas propenda per un default in modo tale da esercitare pressioni sui questi colossi della finanza e spingerli, a loro volta, a esercitare pressioni sulla casa Bianca affinché adotti un atteggiamento più morbido nei confronti del paese sudamericano (aprendo la strada a una ristrutturazione del debito).

Un’altra opzione è che Caracas replichi una mossa già vista: negoziare con Cina e Russia un accordo che preveda la sottoscrizione di nuovi bond da parte di Mosca e Pechino in cambio di barili a prezzo di favore. Tuttavia, quest’opzione deve fare i conti con il fatto che il paese già estrae al massimo delle sue capacità tecniche e che un aumento della produzione richiederebbe nuovi investimenti che, almeno per ora, nessun colosso petrolifero sembra intenzionato a realizzare in un paese così malmesso.

L’incontro tra Maduro e Putin avvenuto a ottobre non ha sortito gli effetti sperati dal primo e Putin si è detto disposto a ristrutturare solo 3.000 mln di usd di titoli venezuelani. In Cina, la propensione a soccorrere Caracas sta scemando in scia all’aumento esponenziale dei rischi che comporta l’operazione. Mosca e Pechino avranno però molto da dire nel corso della riunione fissata per oggi. L’evoluzione degli ultimi anni le indica come possessori dell’80% del debito venezuelano.

A cura di: Rocki Gialanella
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