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Per investire guardare la bilancia dei pagamenti

20/11/2017

In un precedente articolo è stata analizzata la diversa situazione di due nazioni come Taiwan e il Venezuela: il primo è un paese prospero che sta affrontando diversi problemi tipici di un'economia matura, mentre il secondo è essenzialmente una nazione in bancarotta. Avevamo anche tentato di evidenziare quali potessero essere i possibili motivi della dicotomia ed era stato affermato che il più probabile dei fattori alla base dell’opposto destino andasse ricercato nel diverso grado di apertura ai commerci internazionali.

Con questo termine, però, non si deve intendere le esportazioni e le importazioni di beni e servizi in senso stretto, quanto anche il commercio indiretto generato dagli investimenti esteri diretti, il flusso dei medesimi investimenti e i flussi finanziari di breve periodo. In pratica dalla bilancia dei pagamenti di una nazione molto si capisce sul suo grado di competitività rispetto al resto del mondo.

Se un paese non solo presenta diversi saldi cruciali attivi, ma impegna anche una quota importante del Pil, vi sono evidenti segnali che l'economia si trova in buone condizioni. Ciò vale non solo per le nazioni in via di sviluppo, ma anche per quelle avanzate: il Regno Unito, ad esempio, non è, relativamente parlando, un enorme esportatore, però il suo ammontare complessivo di capitali in entrata e uscita raggiunge proporzioni enormi. In Europa continentale probabilmente non è necessario ricordare la dicotomia fra Germania e Grecia.

È interessante aggiungere un elemento: a parte qualche eccezione, in generale più un paese è chiuso a livello internazionale, peggiori appaiono i suoi squilibri con l'estero. Il fenomeno è spiegabile razionalmente, in quanto con ogni probabilità a ricorrere a politiche di isolazionismo autarchico saranno proprio quelle realtà meno competitive in ambito internazionale.

Se ci fermiamo al livello del mondo emergente, possiamo semplificare un po’ la nostra analisi, limitandoci allo studio delle esportazioni come proxy del grado di integrazione e apertura nel sistema mondiale. In effetti se osserviamo questo aspetto, scopriamo diversi punti interessanti.

Ad esempio alcune delle nazioni considerate più fragili all'interno del paniere degli emergenti, quali Brasile, Russia e Turchia, hanno visto nei nove anni fra la fine del 2007 e il 2016 un andamento dell'export pessimo. Il Brasile ha registrato un Cagr (tasso di crescita annuale composto) di questa voce, calcolato in dollari, che è salito dell'1,9%, un valore inferiore rispetto a +2,8% registrato dal Pil nominale complessivo sempre in valuta Usa.

La Russia poi addirittura ha visto un calo dell'export nello stesso periodo, mentre la Turchia ha conosciuto un andamento delle vendite all'estero più vivace, con un Cagr pari a +2,9% circa, per un valore lievemente superiore all'andamento del Pil (+2,4% circa).

Questi numeri, però, appaiono complessivamente molto modesti, rispetto ad altre realtà comparabili per sviluppo economico, come alcune economie dell'Europa orientale quali la Romania o, in America Latina, il Messico. La stessa relazione si presenta nel Sud-est asiatico o nell'Unione Europea fra nazioni del Sud Europa e quelle della porzione orientale del continente. Un po' dappertutto le economie più vivaci sono quelle che vedono una crescita della propria integrazione globale più rapida dell'andamento del Pil stesso. In pratica è la competitività estera il vero e più forte driver di sviluppo.

Prossimamente vedremo qualche altro esempio, tentando anche di capire se la vivacità a livello di esportazioni può costituire un interessante indicatore di investimento. Anticipiamo subito parte della risposta, dicendo che la relazione esiste, ma è estremamente complessa da delineare e sfruttare.

A cura di: Boris Secciani
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