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Luci e ombre della riforma fiscale di Trump

26/01/2018

Vista l’importanza che la politica americana ha su tutti i mercati finanziari del pianeta, vale la pena tornare sulla valutazione dell'operato di Donald Trump a livello economico: ribadiamo che in questo contesto lasciamo perdere le questioni più ideologiche, che riguardano l'immigrazione o l'atteggiamento tenuto in politica estera.

A livello di gestione dell'economia senz'altro la riforma fiscale varata lo scorso dicembre rappresenta un risultato non da poco, qualunque sia la valutazione che se ne dà, ed è di fatto l'unico provvedimento tangibile che è stato approvato nel primo anno di governo.

Il taglio alle tasse rappresenta anche la prima legge di questo tipo dai tempi del primo mandato di Reagan, alla cui opera indubbiamente Trump sembra ispirarsi. Il punto fondamentale della normativa varata è l'abbassamento delle aliquote sugli utili aziendali dal 35% a circa il 20%, due cifre che vanno prese con le pinze, in quanto nel calcolo dell'imponibile vi sono sempre state molte eccezioni che portavano ad abbassare la percentuale di profitti pagata in tasse. Ad esempio alcuni analisti di Credit Suisse stimano che in media la tassazione pagata sugli utili generati negli Usa da parte delle aziende dell'S&P 500 sia intorno al 20%.

A ciò va aggiunta la questione dei profitti rimpatriati, che saranno soggetti a un prelievo di circa il 15% se detenuti in attività liquide, un punto particolarmente sensibile notoriamente per i colossi della tecnologia.

Quale sarà l'impatto di un simile cambiamento? Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto chiarire qual è la logica che idealmente sta dietro: fondamentalmente ciò che Trump&co vogliono è che le aziende statunitensi, con la cuccagna aggiuntiva che si ritrovano in mano, vadano a spendere di più in due ambiti: investimenti e occupazione.

La riforma è dunque un punto essenziale nella strategia di nazionalismo economico di questa amministrazione, che dovrebbe portare al classico caso di una ripresa economica basata su un circolo virtuoso di maggiori spese societarie per nuovo capex e più occupazione, possibilmente con stipendi più robusti.

In questo ambito finora alcuni risultati incoraggianti ci sono: ad esempio Walmart ha fatto sapere che userà parte dei risparmi per alzare gli stipendi dei propri dipendenti, mentre Apple ha annunciato un'espansione della propria forza lavoro statunitense per circa 20 mila persone, non poco visto che il totale complessivo attuale è pari a circa 80 mila.

Questi provvedimenti rappresentano senz'altro un elemento positivo, bisognerà però vedere se se ne aggiungeranno altri e se il processo sarà sostenuto. Non è improbabile che nel biennio 2018-2019 si avrà un aumento del Pil nell'ordine dello 0,2-0,3%, il che certo non è disprezzabile. Se infatti questa tacca al rialzo dovesse confermarsi, allora sicuramente sarebbe valsa la pena mettere a punto la legge.

Infatti va ricordato che il provvedimento non è gratis: le stime indicano, per quanto riguarda i costi netti, includendo cioè le maggiori entrate generate da una crescita economica più elevata, un costo complessivo per le casse pubbliche da 600 miliardi di dollari a 1.500 in un decennio.

Il che porta comunque a essere sempre più convinti di un concetto: ci potrà magari essere un tentativo di normalizzazione della politica monetaria mondiale temporaneo, ma ogni giorno che passa l'intero globo terracqueo si avvicina sempre di più all'essere un gigantesco Giappone dedito al quantitative easing perenne. Una Fed aggressiva mal si concilia con un debito pubblico in accelerazione: al massimo i conti si possono fare quadrare fintanto che Bce e Boj ci mettono una pezza.

A cura di: Boris Secciani
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