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Usa nel deserto dei tartari

01/09/2018

Usa nel deserto dei tartari

C'è vita al di fuori dell'America? O meglio si può investire in qualcosa al di fuori dell'azionario statunitense? La situazione che si è andata creando quest'anno è assolutamente peculiare nella storia recente dei mercati. Se il 2017 aveva visto la salita generalizzata di tutto, mentre negli anni precedenti c’era stata sì una sovra-performance americana, ma comunque in un alveo di ripresa dei corsi degli asset rischiosi abbastanza generalizzata, a parte diversi emergenti, in questo 2018 c'è solo l'equity statunitense. Quest’ultimo, peraltro, è molto meno brillante rispetto a quanto dovrebbe essere, visto che nel secondo trimestre di quest'anno la conta definitiva delle trimestrali vede un aumento dei profitti su base annua del 25%. Con simili crescite l’S&P 500 potrebbe essere tranquillamente più in alto del 10% rispetto a dove tratta ora senza incorrere nel rischio di entrare nel territorio della bolla.

Se restiamo però sempre negli Usa vediamo che alternative nel complesso obbligazionario non ce ne sono. La curva dei rendimenti dei titoli di stato è decisamente piatta: puntare sulla duration, pure con una Fed in via di moderazione e un ciclo che potrebbe nei prossimi mesi sorprendere negativamente, non pare una grande idea. A livello corporate gli spread sono piuttosto stretti e se dovesse esserci qualche sorpresa non gradevole sotto forma di aumento del tasso di default degli emittenti high yield, tuttora sotto il 2%, le performance ne soffrirebbero non poco.

Se ci spostiamo in Europa, l'azionario locale stenta, correlato com'è a un ciclo economico già parecchio rientrato rispetto a qualche mese fa. Le prospettive di incertezza nel Sud-Europa inoltre rendono poco consigliabile puntare su asset rischiosi ad alto beta. La fine del Qe della Bce, poi, non aiuta certo un mercato dei corporate bond che ha visto negli ultimi tre anni una delle più grandi bolle della storia del reddito fisso. Si potrebbe sempre puntare sul buon vecchio Bund al puro scopo di de-risking e conservazione della liquidità, ma è meglio non accennare neppure ai rendimenti.

Se però la Bce dovesse sbagliare un po’ le proprie manovre, tirando troppo e troppo presto i cordoni della borsa e si vedesse anche in quel caso qualcosa di paragonabile a quanto evidenziato sui Treasury statunitensi da quanto è stato eletto Trump, le perdite per chi ha investito sul debito dei paesi core dell'Eurozona sarebbero notevoli.

Gli emergenti, a livello azionario, si trovano in una situazione pessima (India e qualche altro a parte), con le economie asiatiche più forti nel buio della possibile guerra commerciale con Trump e quelle più deboli a rischio di crisi finanziaria conclamata. Per quanto riguarda il debito in valuta locale, i rischi a livello di forex sono notevolissimi, mentre le emissioni in dollari comportano comunque un forte legame con la duration statunitense con l'aggiunta di seri rischi aggiuntivi in termini di spread duration.

A livello di commodity non sembrano esserci neppure lì chissà quali trend: i preziosi sono impalati e così pure il petrolio e al massimo l'oro potrebbe fare da hedge di fronte a un'imprevista accelerazione economica accompagnata da seria inflazione. Di converso investire in questi ambiti porterebbe a probabili perdite in un quadro economico negativo.

Forse solo un investimento in liquidità denominata in yen presenta marcate e solide caratteristiche di correlazione negativa, che la rendono un hedge interessante in caso di cattive condizioni dei mercati.

Il problema è che oggi al di fuori dell'azionario americano sembrano disponibili solo investimenti dalle prospettive modeste, se non nulle, o di rendimento positivo all'interno di un paradigma positivo, senza però presentare alcuna caratteristica di protezione in caso di deterioramento.

L'America ha oggi aperto un vuoto dietro di sé: non si tratta di complessivamente di uno sviluppo positivo.

A cura di: Boris Secciani
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