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Il peso dello shutdown su Wall Street

18/01/2019

Il peso dello shutdown su Wall StreetIl mancato accordo sul nuovo tetto del debito statunitense ha determinato il blocco temporaneo delle operazioni di ricapitalizzazione societarie, dei debutti sui listini azionari domestici e degli spin-off societari già programmati.

La paralisi in cui si trovano intrappolate le amministrazioni federali degli Stati Uniti ha raggiunto il suo ventottesimo giorno senza che all’orizzonte si riesca a intravedere una soluzione in tempi brevi. Il taglio dei finanziamenti alle spese della macchina amministrativa coinvolge anche la Securities and Exchange Commission (la Consob statunitense), che ha sospeso buona parte della sua operatività. Tra queste è possibile citare i debutti in Borsa di nuove matricole, le ricapitalizzazioni delle società e le operazioni di spin-off già pianificate da numerose aziende per il primo trimestre del 2019. In questo momento, solo 285 dei 4.400 funzionari della Sec sono regolarmente al lavoro.

Gli analisti Usa sostengono che alcuni debutti in Borsa potrebbero subire una sospensione tale da far slittare la loro quotazione al 2020. I più pessimisti sottolineano che l’eventuale peggioramento dello scenario economico o l’arrivo della tanto temuta recessione, potrebbe mettere la parola fine a tutti i progetti avviati nella seconda parte del 2018. Per ora, la Casa Bianca ha raddoppianto il costo settimanale dello shutdown portandolo allo 0,1% del Pil. Questo costo, sommato al tradizionale raffreddamento dell’economia associato all’arrivo della stagione invernale, potrebbe pilotare la variazione del Pil Usa verso risultati non esaltanti nel primo trimestre dell’anno.

Sono almeno 160 le società che hanno presentato il modello richiesto dalla Sec per procedere alla vendita al pubblico di partecipazioni (quote societarie) nel corso del 2019. La maggior parte di questa documentazione non è stata rivista dai funzionari e pertanto giace in attesa della ripresa delle attività.

In passato, in particolare negli ultimi quaranta anni, gli shutdown governativi si sono sempre risolti con conseguenze minime sulla crescita economica e sui mercati azionari ed obbligazionari. Gli esperti ipotizzano che an questa volta l’impatto non dovrebbe essere significativo. Tuttavia, non mancano le eccezioni, come il calo del 4,4% dell’indice Standard and Poor’s 500 verificatosi nel 1979 in occasione del quinto shutdown del presidente Jimmy Carter, o come la perdita del 3,4% pervenuta nel 1976 quando a capo della Casa Bianca c’era Gerald Ford. Difficile formulare previsioni che abbiano un minimo di credibilità. Di conseguenza, l’unico effetto che mette d’accordo tutti gli esperti è la volatilità che lo shutdown porta con sè.

Questo shutdwon proseguirà quindi nel 2019 e spetterà al 116esimo Congresso degli Stati Uniti, insediatosi il 3 gennaio, trovare una soluzione alla questione nonostante non esista una vera e propria maggioranza. Per ora l’impatto economico appare limitato, ma quello sulla fiducia degli attori economici dipenderà dalla durata del blocco. A titolo comparativo, secondo i calcoli del Bureau of Economic Analysis, lo shutdown (totale) dell’ottobre 2013, durato 16 giorni, determinò nel quarto trimestre del 2013 un calo dello 0,3% su base annua del PIL reale; stando ad altre stime, in ognuno dei 16 giorni dello shutdown andarono in fumo 1,5 miliardi di dollari.

Infine, non bisogna dimenticare che il blocco del debito, unito alle incertezze sul finale della Brexit e all’approssimarsi della scadenza della tregua sui dazi tra Usa e Cina, può determinare esigenze fiscali tali da invertire la rotta della politica fiscale disegnata fin qui da Trump.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: debito, trump, congresso, wall street
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