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Tre soluzioni per la Brexit

08/04/2019

Tre soluzioni per la BrexitBrexit, hard, medium o soft. Analizziamo in breve quali sono i diversi tipi di Brexit che potrebbero essere utilizzati per liberarsi dall’attuale situazione di totale incertezza in cui versa la politica britannica.

La prima ipotesi consiste in uno ‘hard Brexit’, che si tradurrebbe in un’uscita senza accordo dall’Unione Europea. Si tratterebbe di una soluzione di rottura che viene auspicata dall’ala più estremista del partito Conservatore, quella convinta che il Regno Unito non debba versare nelle casse dell’Unione Europea neanche i 41.800 mln di euro di impegni finanziari già sottoscritti con le autorità europee per coprire voci legate a esigenze di bilancio, versamento dei contributi previdenziali degli impiegati britannici presso l’Ue e altre spese già predefinite dagli accordi tra i paesi membri dell’Unione.

Se questa dovesse essere l’opzione prescelta, l’Ue comincerebbe a trattare il Regno Unito come un paese extra UE a tutti gli effetti, imponendo a Londra le stesse restrizioni al commercio, al trasporto e alla circolazione delle persone che vengono applicate all’Indonesia o al Mozambico (giusto per fare due esempi a caso). Bruxelles ha già comunicato di lavorare alla messa a punto di provvedimenti legislativi che consentano a società europee con sede a Londra di continuare a svolgere normalmente le rispettive attività in attesa di ‘aggiustare’ la propria situazione. Tutto questo dipenderà dalla buona volontà dell’UE.

L’adozione di una soluzione d’intensità mediana implicherebbe restrizioni alla circolazione delle persone tra l’Ue e il Regno Unito e la sottoscrizione di un accordo commerciale molto ampio per la circolazione dei beni ma più restrittivo per quella dei servizi. Il Regno Unito si troverebbe a dover continuare a rispettare alcune norme europee, ma si libererebbe di quelle che attualmente regolano i rapporti in materia finanziaria. In altre parole, Londra acquisterebbe più libertà in ambito normativo e avrebbe meno relazioni economiche con il Continente.

La terza e ultima ipotesi consiste in un soft Brexit, meglio conosciuto come ‘piano Norvegia’, che si basa sull’impiego di un accordo simile a quello che regola i rapporti del paese scandinavo con l’Unione Europea. Oslo fa parte del mercato comune europeo e rispetta le regole sulla libera circolazione delle persone. Allo stesso tempo, la Norvegia è tenuta a rispettare alla lettera tutta la produzione normativa elaborata dalle istituzioni europee. I rappresentanti di Oslo non fanno parte dell’unione politica: non vengono eletti eurodeputati norvegesi e il primo ministro scandinavo non è invitato alle riunioni del Consiglio Europeo.

La Norvegia non adotta l’euro come moneta. La relazione è di tipo fondamentalmente commerciale che, nel complesso, è proprio l’obiettivo al quale puntavano -almeno inizialmente- gli euroscettici britannici. Per i britannici non si tratta di una soluzione molto appetibile perché significherebbe partecipare al banchetto ma con l’obbligo di alzarsi e mettersi in disparte nel momento in cui viene scelto il menù. Una potenza economica come il Regno Unito farebbe fatica a metabolizzare questa scelta, tuttavia, si tratta sicuramente di quella che rappresenta il male minore.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: brexit, may, norvegia, londra
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