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Un Far East poco diversificato

18/04/2019

Un Far East poco diversificatoProseguiamo nell'analisi di alcuni mercati azionari nell'ultimo decennio, specificatamente dalla fine del primo trimestre del 2009 (ai picchi della crisi finanziaria) allo scorso marzo, sulla base di alcune caratteristiche degli indici Msci calcolati in dollari. Adesso è il turno i due mercati del Far East particolarmente in evidenza: Cina e Corea del sud.

Notoriamente l’Msci all'interno dei propri benchmark continua a riservare alle azioni A cinesi uno spazio decisamente ridotto, tanto che lo stesso Msci China è composto in grandissima parte da Adr quotati in America, H shares di Hong Kong, red chip e altri titoli in rapporto diretto con il gigante asiatico, ma non quotati sui mercati locali. Questo fatto ha senz'altro favorito le performance nell'ultimo decennio e nell'ultimo lustro: in entrambi i casi la piazza finanziaria cinese ha mostrato performance più che accettabili, in generale migliori di quelle dell'Europa.

Infatti il total return annuale rispetto al 2009 è stato +10,14%, mentre nell'ultimo quinquennio si è avuto  +9,65%. È interessante notare che apparentemente, a differenza del resto del mondo ex Usa, i ritorni appaiono equilibrati. In realtà non è proprio così: a salvare spesso i risultati dei mercati azionari cinesi sono stati anni strepitosi, come ad esempio il 2017, in cui la crescita ha superato il 54%. In pratica anche in questo segmento dell'equity del Dragone, pur senza gli estremi di Shenzhen e Shanghai, si vede una volatilità ai confini dell'isteria.

Ciò è testimoniato dal fatto che sul decennio lo Sharpe dell’Msci China, pari a 0,54, è stato appena superiore a 0,53 registrato dall’Msci France, nonostante quest'ultimo abbia messo a segno performance sistematicamente inferiori di circa 50 punti base all'anno.

Un discorso in parte simile, anche se ancora più estremo, riguarda il mercato della Corea del Sud, che è stato il migliore dei tre negli ultimi 10 anni, con un total return del 10,68% ma uno dei peggiori del mondo nell'ultimo quinquennio, in cui si è fermato a +2,85%. Quest'ultima affermazione potrebbe sembrare paradossale, se si considera che alla fin fine l'ultimo lustro è stato non dei più facili un po' dappertutto e specialmente in Europa e fra gli emergenti. Ci sono stati infatti, listini dai risultati ben peggiori dell’Msci Korea. Quest'ultimo però è stato salvato da un eccellente 2017, in cui cresciuto del 47,8%. Per il resto Seul è stata una delle piazze più brillanti negli anni immediatamente seguenti la grande recessione e fino al 2012; dopodiché è seguito un lungo periodo di stagnazione e crisi strisciante, interrotto solo da un boom pazzesco iniziato negli ultimi mesi del 2016 e terminato nelle fasi iniziali del 2018.

I due Msci di Cina e Corea hanno un elemento in comune: sono due benchmark poco diversificati e dominati dai colossi della tecnologia più legata ai consumi. Nello specifico a fine marzo Alibaba e Tencent occupavano oltre il 28,5% della capitalizzazione. Se aggiungiamo anche Jd.com e Baidu, si arriva al 32,4%. Ancora più clamorosa la concentrazione di Seul, dove Samsung Eeletronics, fra ordinate e privilegiate, supera il 30% della capitalizzazione dell'indice. Se poi consideriamo anche Sk Hynix, l'altro ruggente player dei microchip e Naver, florido gruppo dei servizi internet, videogiochi ed entertainment, si arriva intorno al 38%.

In pratica queste due grandi economie dell'Asia sono sempre più legate ai destini dei propri player del consumismo digitale/elettronico. Nel caso cinese, visto il processo ancora in corso di urbanizzazione e di uscita dalla povertà, vi è anche una serie di aziende in comparti più tradizionali molto promettenti. La Corea, invece, oltre ai propri gioielli del mondo digitale e un sempre più importante comparto biotech, si trova a dipendere da una serie di industrie fortemente cicliche in comparti tradizionali dai margini non elevatissimi.

Un ruolo profondamente diverso tocca invece al Giappone, che proprio per le sue peculiarità può offrire caratteristiche, benvenute e necessarie, di diversificazione. Qualche dettaglio in più varrà la pena offrirlo in un prossimo articolo.

A cura di: Boris Secciani
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