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Borsa: la differenza nascosta dei titoli growth e value

Scegliere un indirizzo definito per il proprio portafoglio, spostandosi dai titoli growth ai value e viceversa, è diventato quanto mai difficile, perché la differenza tra i due stili non è più così netta come una volta.

09/06/2021

Continuare a puntare sui titoli growth o virare sui titoli value? Oggi, in Borsa, per gli investitori la scelta di cosa mettere in portafoglio è diventata quanto mai difficile, perché il confine tra i due stili si è assottigliato notevolmente. In primo luogo, facciamo la distinzione sulla base di quanto il mercato ha sempre dato per scontato: le azioni growth sono di aziende che vantano un alto potenziale di crescita (attive di solito nei campi della ricerca e dell’innovazione), mentre del segmento value fanno parte le imprese di comparti più tranquilli, poco correlati al ciclo, che presentano un rischio più contenuto e, per questo, ‘pagano’ un ritorno sugli investimenti più basso di quello dei titoli growth.

4 indicatori del cambio della dinamica degli stili

La realtà però non è più così netta. Certamente i rendimenti costantemente deboli sulle azioni value nell'ultimo decennio hanno spinto molti investitori a riconsiderare le strategie basate sullo stile. Sulla base di quanto è successo, Nisha Thakrar, senior manager di Capital Group, ha identificato 4 cambiamenti principali di lungo corso che hanno contribuito ad aumentare i rischi all'interno della dinamica value-growth. Questi fenomeni, secondo l’esperto, sono utili per capire gli eccezionali spread tra valutazioni cui abbiamo assistito di recente e, inoltre, suggeriscono che i futuri sviluppi del mercato azionario potrebbero andare ben oltre una semplice rotazione di stile.

È meglio spaziare all’interno dei due universi

Thakrar ritiene che, invece di posizionare i portafogli nel tentativo di cogliere la direzione giusta della rotazione, per gli investitori possa essere più conveniente spaziare nell'intero universo growth e value per identificare i titoli in grado di generare in maniera affidabile reddito e apprezzamento del capitale e, soprattutto, che rispondano al meglio ai loro obiettivi. I quattro ‘temi’ individuati riguardano: il calo strutturale dei settori ad alto tasso di titoli value, l’effetto della quarta rivoluzione industriale, la riduzione del confine tra i due (che rende più difficile diversificare) e la crescita dei beni immateriali sottostimata nel valore delle imprese.

Banche ed energy, qualcosa sta cambiando

Nel gruppo dei titoli value hanno molto peso quelli delle banche e delle società energetiche, che incontrano ostacoli difficilmente eliminabili dopo una ripresa economica. Per gli istituti i tassi bassi hanno indebolito la loro redditività, norme più rigide le hanno costrette a ridimensionare le attività di trading e ridurre l'esposizione al rischio (fattori che hanno inciso sui dividendi). Inoltre, sono chiamate a confrontarsi con concorrenti nuovi e più agili, in particolare le aziende fintech. Critico anche il quadro per le imprese energy. Al di là dell’effetto Covid, fanno i conti anche con cali dei prezzi di petrolio e gas, dei flussi di cassa, della produzione, livelli minimi da 13 anni di spesa in conto capitale. Nel contempo è cresciuto il tema della sostenibilità e questo è un incentivo per le società tradizionali ad intraprendere una reale transizione verso le rinnovabili. Per l’esperto diventa fondamentale identificare società che puntino in modo prioritario sull'energia pulita e che adottino strategie digitali.

Le potenzialità della quarta rivoluzione industriale

La quarta rivoluzione industriale sta ridisegnando le figure dei vincitori e vinti. I cambiamenti imposti dalla tecnologia sono sempre più pervasivi. I cosiddetti FAANG+M (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google e Microsoft), per esempio, hanno aperto la strada ai progressi incentrati su tecnologie chiave, come le connessioni internet ad alta velocità su dispositivi mobili, l'intelligenza artificiale e l'automazione, l'analisi dei big data e l'uso della tecnologia cloud. Tuttavia, secondo Thakrar, la trasformazione digitale è solo all’inizio. Ad esempio, il mercato globale dell'ecommerce vale oggi 4mila miliardi di dollari, eppure nel 2020 rappresentava solo il 18% delle vendite al dettaglio (pur con il raddoppio - in soli 12 mesi - del tasso di crescita).

La composizione settoriale si è ridotta

Con il progredire della digitalizzazione i confini tra settori diversi potrebbero essere destinati a indebolirsi. Intanto, con il passare del tempo, il ventaglio della composizione settoriale si è ridotto: esistono infatti alcuni settori composti quasi interamente da titoli value e, per contro, solo da titoli growth. Questo scenario, secondo l’esperto, non soltanto rende più difficile diversificare tra stili diversi, ma suggerisce anche che i cambiamenti secolari, per come incidono sul singolo settore, hanno assunto una rilevanza maggiore dal punto di vista dei rendimenti.

Finora sottovalutati i beni immateriali

Infine, c’è la straordinaria crescita dei beni immateriali a rendere più complesso determinare il valore intrinseco di una società. Nell'azionario USA, per esempio, la percentuale di beni immateriali rispetto a quelli materiali è aumentata del 40% in 30 anni, tanto che oggi entrambe le categorie sono equamente rappresentate. I beni immateriali sono tendenzialmente non fisici e non finanziari, ad esempio marchi, fidelizzazione dei clienti, ricerca e sviluppo, mentre i beni materiali sono di natura fisica, come magazzini e attrezzature. Poiché molti di questi elementi sono difficili da quantificare, non compaiono nei bilanci e in molti casi sono sottostimati. Una condizione che impedisce all’investitore di cogliere appieno il reale valore di una società sul lungo termine.

A cura di: Fernando Mancini

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