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Imprese: pochi investimenti per la digitalizzazione

Secondo una ricerca del Politecnico di Milano nel nostro Paese è bassa la penetrazione della digitalizzazione. Il 78 per cento delle imprese hanno ammesso di investire meno del 5 per cento del proprio fatturato nei progetti digitali.

19/07/2021

La spinta fornita dall’emergenza Covid alla digitalizzazione del nostro Paese non è stata sufficiente per ‘convincere’ le imprese a scommettere di più sul fronte della tecnologia. Anzi, sono ancora troppo pochi gli investimenti in digitalizzazione da parte delle aziende italiane. È quanto emerge da un nuovo sondaggio condotto dall’Osservatorio Digital B2B della School of Management del Politecnico di Milano. Più precisamente, hanno spiegato gli autori della ricerca, il 78% delle aziende (quasi 8 su 10) aderenti alla ricerca investe meno del 5% del proprio fatturato in progetti di digitalizzazione.

I tre fattori chiave che frenano l’implementazione

Tra i fattori che ostacolano l’implementazione dei progetti sono citati diversi fattori e, in particolare, ne sono state citati tre primari: l’assenza di una chiara visione sul digitale (35%), le resistenze al cambiamento da parte del personale interno (35%) e i costi di attivazione elevati. Nonostante le normative stiano sempre di più esaltando la gestione della spesa, attenta ai costi e alla sostenibilità, cosa non spesso semplice - ha affermato Gabriele Indrieri, country manager di SAP Concur – in molte aziende italiane è stata notata l’assenza di pianificazione digitale e una forte resistenza alla trasformazione digitale.

Prima della digitalizzazione c’è lo sviluppo del prodotto

Oggi essere più digitale, sia per il privato sia per le imprese, significa godere dei benefici della tecnologia con più efficienza, sicurezza e produttività, controllo e integrazione di sistemi. Tuttavia, secondo la ricerca, la digitalizzazione è indicata dal 44% delle aziende come una delle priorità di investimento nei prossimi 2 anni, preceduta dall’esigenza di sviluppare nuovi prodotti e servizi (54%) e seguita dallo sviluppo di nuovi mercati (26%), della forza di vendita (20%), dall'internazionalizzazione (17%) e dalla sostituzione di macchinari obsoleti per rendere più efficiente il processo produttivo (13%).

Con la pandemia boom del lavoro da remoto e dell’ecommerce

Nello specifico, per le esigenze di digitalizzazione le aziende puntano nel 50% dei casi alla trasformazione dei processi interni, di vendita (45%), di collaborazione (43%), di acquisto (32%) e nella gestione delle transazioni (30%). Sicuramente l’emergenza dovuta alla pandemia ha influito su due leve: sul loro desiderio di rimanere competitive (37%) e sulla loro volontà di risolvere un problema fortemente percepito (39%). Di questo ultimo caso si può citare il bisogno per i dipendenti di dotarsi di strumenti idonei per il lavoro da remoto, mentre la diffusione dell’e-commerce è un chiaro segnale della volontà delle aziende di continuare ad offrire prodotti ed evitare di essere tagliati fuori dal mercato.

Occorre sviluppare una cultura basata sulla tecnologia

È chiaro che la digitalizzazione abbia rappresentato una risposta alla pandemia, ma quello che è mancato è stata l’organizzazione. Oggi, ha commentato Andrea Ruscica, presidente e strategy lead di Altea Federation, occorre invece sviluppare una cultura basata sulla digitalizzazione intesa come processo proattivo e non solo reattivo a una situazione di incertezza, come è stata la crisi sanitaria. La terza leva più importante per la trasformazione è la spinta normativa (indicata dal 36%): in questo particolare momento storico pagamenti digitali, sanità, sostenibilità e mobilità sono tematiche molto sentite a livello legislativo e possono rappresentare un motore di cambiamento per le imprese.

A cura di: Fernando Mancini

Parole chiave:

imprese ecommerce tecnologia digitale
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