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Tassi: Fed finge che il ciclo non debba finire mai

21/02/2020

Tassi: Fed finge che il ciclo non debba finire maiChe cosa potrebbe succedere all’economia statunitense se, tutto a un tratto, il mercato dovesse accorgersi che sta viaggiando a un ritmo superiore alle proprie possibilità o – per meglio dire – senza una base solida? Se lo è chiesto Tad Rivelle, chief Investment Officer fixed income di Twc, secondo cui siamo arrivati al punto che è diventata probabile una caduta in recessione una volta che la Fed smetterà di fingere che il ciclo non debba avere mai fine. Le misure espansive varate dalla Fed per uscire dalla crisi finanziaria dieci anni fa, ha osservato, sono state addirittura rafforzate, generando un nuovo record di accumulo degli asset e assumendo un ruolo fondamentale nella spinta rialzista in tutti i mercati.

Attuale livello quotazioni minato dall’eccessiva leva

Tuttavia, l’esperto sostiene che c’è “un problema che è sotto gli occhi di tutti: la crescita alimentata dall’aumento della leva non è mai sostenibile. Nonostante ciò, le politiche monetarie, pur insostenibili, proseguono per la semplice ragione che un’interruzione avrebbe degli effetti che nessuno è disposto ad accettare”. Se gli effetti volontari della politica della Fed sono evidenti (generare inflazione tramite l’espansione del credito), “sono meno evidenti ma di maggior interesse invece le conseguenze involontarie, che minano la sostenibilità del regime attuale dei prezzi degli asset. “In poche parole – sintetizza Rivelle -, misure adottate come risposta ad una crisi ora non possono più essere disattivate senza provocare la prossima crisi”.

La ‘magia’ dei riacquisti di azioni

Le politiche monetarie da diverso tempo sono diventate dunque più un problema che una soluzione: le attività (la domanda) originate dal credito artificialmente a buon mercato spariranno una volta che il credito sarà riprezzato. Lo sviluppo sarebbe in qualsiasi modo nefasto: secondo l’analista di Twc “non è possibile uscire dalla finzione attuale senza forzare cambiamenti nella domanda, che a loro volta provocherebbero aggiustamenti dal lato dell’offerta: in altre parole, una recessione”. Invece che innescare un boom economico, il credito abbondante a buon mercato ha fatto gonfiare i prezzi degli asset rispetto ai fondamentali.

Un esempio: i profitti delle società Usa sono rimasti più o meno fermi negli ultimi 3 anni, ma grazie alla ‘magia’ dei riacquisti di azioni gli EPS (profitto per azione) sono aumentati, facendo crescere i prezzi delle azioni.

L’abbuffata del credito dell’ultimo decennio

Quello che è successo nell’ultimo decennio di politiche espansive, secondo Rivelle, sono “le abbuffate di credito” che “sono popolari perché, sebbene i benefici dell’indebitamento si possano godere oggi, i costi del cattivo debito si sperimentano solo domani”. Lo ‘stimolo’ monetario è una sirena che promette prosperità senza fatica, “ignorando il fatto che le abbuffate di credito spesso pongono le basi per un futuro crollo”. Il mercato ha iniziato a percepire questi squilibri, poco graditi dalla Banca Centrale.

Il rischio di un’inversione di tendenza dei rendimenti

Segnali che potrebbero probabilmente sfociare in un’inversione di tendenza nella parte a breve della curva dei rendimenti (ovvero quando i Treasury a breve pagano di più di quelli a lungo). Al momento la Fed è dunque impegnata ad impedire ai mercati di mandare questo tipo di segnali, che potrebbero essere letti dai mercati come l’inizio di una recessione. “E così la Fed – conclude l’analista - continua a fingere che il ciclo non debba mai finire. Ma i mercati faranno il loro dovere e gli investitori, prima o poi, dovranno affrontare le conseguenze dell'abbuffata di credito dell'ultimo decennio”.

A cura di: Fernando Mancini
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