- SEI UN CONSULENTE FINANZIARIO AUTONOMO?
- Scopri i vantaggi del nostro servizio
Tassi: vento di rialzi, allerta inflazione delle Banche centrali
Negli Usa crescita sopra il 2 per cento e inflazione oltre il 3 rendono difficile un taglio dei tassi. La Fed vuole vedere l’inflazione scendere. I Treasury trentennali sopra il 5,30 per cento aumentano pressione sul costo del debito pubblico. La BoJ potrebbe aumentare i tassi di 25 punti base.
Dopo la pausa estiva, le Banche Centrali tornano al centro della scena con una politica monetaria che, rapidamente, ha cambiato indirizzo a livello generale. Il calendario macro delle prossime settimane è infatti fitto di appuntamenti e, in più casi, i mercati si attendono nuovi rialzi dei tassi d’interesse. Ad alimentare questa prospettiva è soprattutto il ritorno di pressioni inflative su scala globale, alimentate dall’aumento dei prezzi dell’energia e da una domanda ancora sostenuta. La crisi nello Stretto di Hormuz, sottolinea Martina Daga, macro economist di AcomeA SGR, ha riportato sotto i riflettori il rischio di nuovi shock sul petrolio e sui suoi derivati, con conseguenze anche sul costo dei fertilizzanti. Tanto più che la fine della guerra tra Iran e Stati Uniti, dopo tanti annunci, sembra sempre lontana.
Dumping sulla crescita da spesa pubblica e investimenti
A questo ‘fantasma’ si aggiunge un contesto caratterizzato da elevati livelli di spesa pubblica e da una domanda di investimenti che resta molto forte. L’intelligenza artificiale, la difesa e la transizione energetica stanno infatti sostenendo gli investimenti e contribuendo a mantenere la crescita economica su livelli robusti, ma al costo di un continuo aumento dell’indebitamento dei Governi. Il quadro è particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove l’economia continua a crescere a un ritmo superiore al 2% in termini reali, mentre l’inflazione rimane sopra il 3% (sempre distante dal target). Per la Federal Reserve si tratta di una combinazione scomoda: l’attività, in pratica, non mostra ancora segnali tali da rendere necessario un sostegno monetario più deciso, mentre la dinamica dei prezzi impone molta prudenza.
Dalla Bce due aumenti prima della fine del 2026
In Europa la situazione non cambia: il rialzo dei tassi Bce per settembre è ormai dato per scontato. La vera incognita, afferma Daga, riguarda invece le mosse successive. Le mosse dell’Eurotower dipenderanno molto sia dall’evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz e sia, soprattutto, dalla capacità dello shock energetico di propagarsi al resto dell’economia. Per ora, nell’Eurozona, le pressioni sui prezzi sembrano concentrate prevalentemente sui beni energetici. Se però l’aumento dei costi dovesse trasferirsi a valle - in modo più ampio a beni e servizi - la Bce potrebbe trovarsi costretta a mantenere una politica più restrittiva più a lungo. I futures indicano già come probabile un rialzo di 0,25 punti a settembre, dopo la pausa di luglio. Gli economisti prevedono un altro aumento entro la fine dell’anno.
Warsh più ‘falco’ del previsto
Negli Stati Uniti la situazione appare ancora più complessa. Il presidente della Fed, Kevin Warsh, ha assunto una posizione decisamente più da ‘falco’, alzando l’asticella per un eventuale cambio di rotta. Il messaggio emerso dal simposio di Jackson Hole è infatti chiaro: non è sufficiente che l’inflazione smetta di accelerare, occorre che inizi effettivamente a scendere prima di considerare una modifica della politica sui tassi. A complicare ulteriormente il quadro interviene il mercato obbligazionario. Ad agosto il rendimento del Treasury trentennale ha superato il 5,30%, alimentando i timori per il costo crescente del debito pubblico Usa. Il segretario al Tesoro Bessent ha cercato di contenere la pressione sulla parte lunga della curva, ma la Fed si trova comunque davanti a un equilibrio particolarmente delicato. Da un lato deve mantenere alta la guardia sull’inflazione e, dall’altro, deve tenere a bada le pressioni per evitare che il costo del finanziamento del debito diventi sempre più oneroso.
La BoJ cambia rotta
Anche il Giappone potrebbe entrare in una nuova fase. Il mercato sconta infatti un rialzo di 25 punti base da parte della Bank of Japan, mentre lo yen resta vicino ai minimi storici e l’inflazione si mantiene stabilmente intorno al 2%. La BoJ ha proceduto finora con estrema cautela, ma il nuovo scenario internazionale potrebbe offrirle l’occasione per accelerare la normalizzazione monetaria. Una stretta monetaria più rapida in Giappone avrebbe però potenziali conseguenze anche oltre i confini nazionali. Il Paese è infatti tra i maggiori investitori esteri al mondo e tassi domestici più elevati potrebbero rendere più conveniente il rimpatrio di capitali. Un fenomeno di questo tipo potrebbe ridurre la domanda giapponese di titoli esteri e contribuire a spingere verso l’alto i rendimenti nei mercati obbligazionari globali.
Parole chiave:
Articoli correlati