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Che cosa accadrebbe se scoppiasse la bolla delle Fang?

28/09/2016

Nell’attuale fase tardo-rialzista vissuta da alcuni mercati azionari, si assiste a un continuo aumento del numero di esperti che lancia avvisi ai naviganti sui rischi di esplosione di bolle speculative alimentate da Qe delle banche centrali. L’attenzione si concentra in particolare sui livelli raggiunti dal mercato azionario Usa e sui prezzi delle obbligazioni governative dei paesi industrializzati.

David Stockman, ex segretario del Tesoro Usa durante la presidenza di Ronald Reagan, è uno degli esperti più critici nei confronti della politica monetaria adottata dalla Federal Reserve che, a suo avviso, è servita solo a gonfiare azioni e obbligazioni su livelli prossimi a quelli tipici da bolla speculativa. In uno dei suoi ultimi interventi, Stockman non solo si sofferma sui rischi ma indica tre focolai di tensione pronti a dare grossi grattacapi: i titoli delle aziende tecnologiche, il debito della Cina e il settore finanziario.

Quando l’esperto parla di aziende tecnologiche, si riferisce a quelle incluse nell’acronimo Fang (Facebook, Amazon, Netflix e Google), che confronta con i titoli le cui quotazioni sprofondarono in Borsa e causarono la crisi dell’indice tecnologico Nasdaq nell’anno duemila. Alla fine del 2014, la capitalizzazione di queste quattro società era di 740.000 milioni di dollari con un ratio P/e medio pari a 42.

In soli diciannove mesi, il valore di questi titoli in Borsa è lievitato dell’80%, portando il ratio P/e medio fino a quota 50. Tuttavia, le differenze tra i singoli titoli sono sensibili perché Google presenta un P/e vicino a 30 e Netflix sfiora quota 300. Amazon registra un ratio di 190 e Facebook si ferma a 60.

Alla fine del 2014 la capitalizzazione complessiva delle società facenti parte dell’indice Standard and Poor’s 500 era di 18.400 miliardi. Alla fine di agosto dell’anno in corso questo valore era salito di appena il 4% fino a 19.000 mld. Ebbene, secondo i calcoli di Stockman, tale performance deve essere imputata solo al trend rialzista seguito dalle quattro Fang.

All’inizio del 2015, le Fang avevano una capitalizzazione di 740.000 milioni di usd e utili complessivi per 17.500 mln. Alla fine di agosto di quest’anno, la capitalizzazione aveva superato gli 1,3 mld di Usd. Quest’ andamento implica che in soli diciannove mesi queste imprese sono riuscite a far crescere la propria capitalizzazione di 570.000 mln di usd (registrando una rivalutazione dell’80%). Il ratio P/e ci dice che la valutazione di queste aziende è cresciuta di cinquanta volte nel periodo preso in considerazione. Il risultato è stato conseguito nonostante il trend ribassista seguito da Alphabet (l’ex Google), e questo la dice lunga su quanto sia stata forte la rivalutazione delle restanti tre Fang.

Si tratta di valutazioni normali? Nello stesso periodo, tutti gli indici azionari statunitensi hanno quotato su ratio P/e molto più bassi e lo stesso Nasdaq presenta un ratio P/e di 20.

Ha senso entrare in questi titoli a queste quotazioni? Se dovessimo seguire il consensus degli analisti, la risposta, fatta eccezione per Netflix, sarebbe positiva.

Stockman crede che queste valutazioni indichino la presenza di una bolla speculativa e le paragona a quelle incentratasi nell’anno duemila su quattro titoli tecnologici: Microsoft, Dell, Cisco e Intel. L’esperto ricorda che, nell’anno precedente allo scoppio della bolla, questi quattro titoli avevano accumulato un aumento della capitalizzazione di circa 800.000 mln di usd (ammontare simile al balzo fatto dalle quattro Fang negli ultimi mesi).  

Nel settembre del 2002, la capitalizzazione delle quattro imprese era crollata di 1.000 mld di usd e si era portata a 450.000 mln, accusando una caduta del 70% dal picco raggiunto nel 2000. Secondo l’esperto, l’esagerata valutazione delle Fang dimostrerebbe che la Borsa ha raggiunto il picco.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: fang, bolla, speculazione, nasdaq
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