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Fiducia, ritorno alla grande in Asia

29/09/2016

Crescono gli investimentiNella giornata del 27 settembre State Street Global Exchange ha pubblicato i dati mensili del proprio Investor confidence index. L'indice è stato creato da State Street Associates, società di consulenza e servizi dell'omonimo gruppo, e si differenzia da altri indicatori che misurano la fiducia degli investitori, in questo caso istituzionali, per un elemento fondamentale: viene costruito misurando le effettive operazioni sui mercati.

A differenza di altre ricerche di questo tipo, invece di basarsi sulle risposte ovviamente soggettive di un panel di operatori, vengono compilati e racchiusi in un indice i comportamenti in termini di acquisti e vendite degli investitori istituzionali. La soglia di 100 è lo spartiacque fra una maggiore allocazione in asset rischiosi e una minore.

I dati di settembre hanno visto una crescita di 5.8 punti complessivamente a livello globale rispetto ad agosto, passando così da 89,7 a 95,5. Questo andamento rispecchia il sospiro di sollievo collettivo delle ultime settimane, che sembrano avere lasciato alle spalle le turbolenze degli ultimi mesi. È interessante però notare che complessivamente il denaro che conta (detto anche, forse a volte impropriamente, smart money) sia ancora in fase di relativa avversione al rischio.

Ancora più interessante è andare a vedere il breakdown geografico dell'Investor confidence index nelle tre macro-aree di cui è composto: Nord America, Europa e Asia-Pacifico.

Partiamo dal continente americano, dove si è registrato un aumento dell'Ici da 89,6 a 92,3, dall'altra parte invece in Europa il valore equivalente è sceso da un già modesto 86,8 a 84,9. A determinare l'intero salto complessivo del benchmark è stata l'area asiatica in cui si è passati da un appetito al rischio già in forte espansione (105,9) a uno stato simile all'euforia (118,6).

Circa un anno fa i risultati erano esattamente al contrario, ma indubbiamente da allora alcuni chiari pattern sui mercati sono emersi. Da una parte le piazze azionarie di Europa e Giappone si trovano ancora in territorio negativo, anche se nel caso di quest'ultimo la performance va compensata per l'apprezzamento dello yen, dall'altra sia l'obbligazionario, sia l'azionario di Usa ed emergenti hanno fornito soddisfazioni agli investitori. Nel caso particolare degli emerging sta emergendo un nuovo grado di fiducia in Asia, nonostante il rallentamento cinese e di un po' tutte le economie dell'area.

Ad esempio di recente il China enterprises index, che raccoglie le principali blue chip cinesi quotate a Hong Kong (in dollari di Hong Kong peraltro), è tornato sopra la soglia di 10 mila e in territorio positivo da fine 2015, un livello di circa un terzo superiore ai minimi di febbraio.

Buone performance hanno messo a segno anche altri indici dell'Asia industrializzata del nord, come quello taiwanese e coreano, ricchi di titoli fortemente ciclici, e ancora di più i listini del sud est asiatico e dell'Asia meridionale. Complessivamente l'Msci Emerging Markets Asia al 27 settembre si trovava in rialzo del 9% rispetto alla fine del 2015.

Siamo dunque di fronte a un'inversione secolare dopo cinque anni di sottovalutazione? Oppure si tratta solamente di una rotazione? Per rispondere a questa domanda sarà sempre più necessario guardare a indicatori come l'Ici, in quanto con ogni probabilità al crescere della ricchezza locale salirà anche la base, invero finora modesta, di istituzionali locali. Con un chiaro trend di sempre maggiore autonomia a livello di capitali e con una simile divergenza nella propensione al rischio non ci sarebbe da stupirsi se si tornasse all'epoca pre-2011, quando tutti i capitali del mondo sembravano volersi concentrare in Asia.

A cura di: Alessandro Secciani
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