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Mercati, schiarita di fine anno

09/12/2016

La settimana che sta andando a concludersi è stata caratterizzata da una forte crescita dei listini azionari europei. Nonostante il referendum costituzionale abbia lasciato l'Italia nell'ennesima crisi politica della sua storia, i mercati hanno deciso di concentrarsi su quanto di buono la situazione offre. Così l'equity europeo è salito di circa il 4%, un movimento che, se confermato, potrebbe salvare in extremis un'annata in gran parte negativa e in certi momenti disastrosa.

Gli investitori sembrano essersi adattati alla nuova realtà politica presente un po' in tutto l'occidente e non solo, scommettendo su una sorta di continuità e di impulso alla crescita. A ciò si è unita l'azione indubbiamente rassicurante da parte della Bce: dal meeting di dicembre è infatti arrivato il prolungamento ufficiale del quantative easing.

In sé non si tratta di una notizia spettacolare: il tutto era dato più o meno per scontato. A fare la differenza però è il passo annunciato: il prolungamento infatti avverrà per tutto il 2017 con una diminuzione degli acquisti mensili, che passeranno da 80 a 60 miliardi di euro al mese.

Entriamo dunque ufficialmente nell'era del tapering europeo l'anno prossimo, ma gli investitori istituzionali hanno potuto avere al riguardo forti garanzie. Il processo infatti sarà lungo e molto cauto: è infatti difficile pensare che all'improvviso nel 2018 si piomberà direttamente a zero.

Insomma sta venendo meno una delle paure di questi ultimi mesi, ossia che le banche centrali possano, sull'onda di una Fed forse finalmente relativamente aggressiva, tornare a giocare un ruolo se non da falco quanto meno da falchetto. Così non pare che sia, tanto che in seguito all'annuncio di Draghi il Bund decennale ha visto un'inversione di tendenza decisamente rapida: il rendimento infatti si stava avvicinando a 50 punti base prima di retrocedere rapidamente nei giorni successivi intorno a 34-35. Contemporaneamente anche il Treasury statunitense sembra essersi stabilizzato intorno al 2,40%, mentre il petrolio rimane forte, ben sopra la soglia di 50 dollari.

Uno scenario ideale, dunque, che ha visto contemporaneamente anche il rafforzamento dell'euro, fatto che parrebbe controintuitivo rispetto ai movimenti descritti qualche riga sopra. Per capire quanto successo, bisogna ricordare che la Bce ha innalzato le stime di crescita per il 2017, portandole dall'1,6% all'1,7%. Ovviamente non si tratta di quello che potremmo definire un cambiamento rivoluzionario di previsioni, però indica almeno un fatto, ossia che la crescita è stabile e in rafforzamento, e continuamente assistita dalle banche centrali.

Sviluppi di questo genere sono in grado di aggiungere una buona dose di punti percentuali alle performance annuali dell'azionario europeo, fino a questo momento assolutamente esangue. In particolar modo in un 2017 che si annunciava da tregenda, il rinnovato grado di fiducia nell'andamento economico fondamentale potrebbe davvero indurre quel salto di qualità all'equity europeo che è mancato negli ultimi tre anni.

Siamo dunque di fronte alla fine del malessere degli ultimi due anni? Ovviamente è presto per dirlo: troppe cose potrebbero andare storte, in Cina e in Usa in primis, per il momento però non rimane altro che prendere e incassare la schiarita di nubi.

A cura di: Boris Secciani
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