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Europa-emergenti, 0 a 3

05/01/2017

Vale certamente la pena riprendere il tema del confronto fra l'equity europeo e alcune altre macro-aree del pianeta. Abbiamo visto che, a partire dal post-crisi finanziaria, la supremazia statunitense rispetto all'Europa in questa ambito è stata enorme. Abbiamo anche osservato che, per quanto riguarda gli emergenti, essi hanno avuto super-performance, per quanto a elevato beta, fino al 2012, per poi entrare in tre anni di crisi disastrosa.

Ora, però, va puntualizzato un elemento: l'Europa, a differenza degli Usa, ha visto notevoli performance negli anni recenti solamente nel 2013. Dal 2014 in poi, infatti, nel periodo peggiore degli emergenti, anche il Vecchio continente ha cominciato a mostrare seri problemi nell'andamento delle proprie quotazioni azionarie, a fronte di un'economia in ripresa modesta e utili che complessivamente hanno fornito una delusione dietro l'altra. A ciò aggiungiamo un forte indebolimento dell'euro, che ha immiserito ulteriormente le performance al netto dell'effetto valutario.

Partiamo da un riassunto di quanto è successo. Se prendiamo l'Msci Emerging Market, che racchiude le 23 principali piazze di questa asset class e osserviamo le sue performance in dollari nei 14 anni conclusi a fine 2016, abbiamo i seguenti dati: nel 2003 +55,82%, nel 2004 +25,55%, nel 2005 +34%, nel 2006 +32,14%, nel 2007 + 39,42%, nel 2008 -53,33%, nel 2009 + 78,51%, nel 2010 +18,88%, nel 2011 -18,42%, nel 2012 +18,22%, nel 2013 -2,6%, nel 2014 -2,19%, nel 2015 -14,92% e, infine, +11,19% nell'anno appena concluso.

Adesso prendiamo invece l'indice Msci Europe, che comprende 15 dei maggiori mercati dell'Europa sviluppata, non solo l'Eurozona quindi: questo indicatore comprende circa l'85% della capitalizzazione delle piazze prese in considerazione. Se analizziamo le performance sempre in dollari scopriamo che nel 2003 c'è stato +39,14, nel 2004 + 21,39%, nel 2005 +9,93%, nel 2006 +34,36%, nel 20007 +14,39%, nel 2008 -44,08%, nel 2009 +36,81%, nel 2010 +4,49%, nel 2011 -10,5%, nel 2012 +19,93%, nel 2013, +25,96%, nel 2014 -5,68%, nel 2015 -2,34% e infine +0,22% nel 2016. Come si può vedere, per l'Europa l'ultimo triennio è stato sostanzialmente perso, anche se non nella misura di quanto mostrato dagli emergenti nella fase 2012-2015.

A questo punto analizziamo l'andamento successivo ai picchi pre-crisi, in particolare da fine 2007 in poi. Come abbiamo già visto L'Msci Em a fine 2010 quotava il 99% del suo livello a fine 2007, per scendere poi al 95% al 31 dicembre 2012; a fine 2015 si era scesi a poco più del 79% per risalire al 31 dicembre 2016 all'86% di quanto quotato nove anni fa.

Per quanto riguarda l'Msci Europe invece a fine 2010 non si arrivava ancora a 80 centesimi di capitale dopo avere investito un dollaro a fine 2007 e alla conclusione del 2012 non si arrivava a quota 86 centesimi. Le cose cambiavano drasticamente a fine 2013, quando veniva superata quota 1,08, ma a fine del 216 si era scesi di qualche decimale sotto la parità del livello di nove anni prima.

Come si può notare, la disastrosa performance degli emergenti nell'ultimo decennio o quasi è data solamente da due anni: uno di mancata partecipazione a una fase di euforia sugli sviluppati (2013), caratterizzata anche da una grossa svalutazione monetaria a causa del taper tantrum della Fed, e uno di caos indotto dalle paure cinesi e dal collasso delle materie prime (2015).

Nel frattempo, però, gli investitori istituzionali si sono ampiamente disamorati anche dell'Europa, non solo a livello azionario, ma anche di reddito fisso corporate e della sua valuta, per concentrarsi sugli Usa. A questo punto che cosa succederà in futuro? Vedremo presto una disamina razionale degli sviluppi più interessanti.

A cura di: Boris Secciani
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