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Emergenti, Russia e Cina vincono a lungo termine

27/02/2017

Ritorniamo sul tema dei mercati emergenti, tentando di offrire qualche dettaglio in più sulla scelta di puntare su una sovraperformance all'interno di questa asset class da parte di Cina, Corea del sud e Taiwan. Per farlo torniamo indietro nel tempo e precisamente alla fine del 1999. All'epoca molti paesi emergenti si trovavano in una situazione a dir poco disastrosa: a causa del difficilissimo passaggio a una vera economia di mercato nell'ex-cortina di ferro, della crisi asiatica del 97-98, del default brasiliano e delle derive turche, la fine degli anni '90 presentava un panorama di macerie, in contemporanea a un periodo di euforia nelle nazioni sviluppate, soprattutto gli Usa.

Come poi sia finita lo sappiamo, vale però la pena fare un minimo di recap delle performance cumulate (al netto dei dividendi reinvestiti) di alcuni dei principali paesi. Va detto che per valutare questi ultimi abbiamo preso gli indici nazionali: alcuni dei benchmark sono di tipo composite, mentre altri sono raccoglitori di blue chip. In ogni caso, però, complessivamente le performance delle aree sviluppate sono state migliori dell'Msci emerging markets che, essendo comunque un indice di blue chip globali, gioco forza esclude i titoli importanti solo localmente.

In una fase di euforia è comune che le azioni ad alto beta, fra cui alcune (relativamente parlando) small e mid cap locali, sovraperformino i titoli più importanti. Pertanto se avessimo costruito un portafoglio con i principali indici azionari dei paesi dell'Msci Em, attribuendo a ciascuno uguale peso, alla fine avremmo ottenuto anche di più. Ciò nonostante, possiamo comunque farci un'idea di chi ha sovraperformato e chi no. Inoltre prendiamo sempre i dati in dollari, in quanto tassi di cambio e azionario danno un'idea dell'evoluzione dei mercati dei capitali locali e molti fondi equity che investono in emergenti non fanno hedging del rischio di cambio.

I rendimenti li calcoliamo dalla fine anni '90 alla chiusura di venerdì 24 febbraio: i risultati migliori in dollari son stati ottenuti, fra i mercati più importanti, da Russia (circa +547% cumulato) e Cina: se in quest'ultimo caso prendiamo il China Enterprises Index, con i depositary receipt delle aziende di stato, vediamo che nello stesso periodo si sarebbe messo a segno un +428%. In questo caso non vi sono state oscillazioni valutarie, in quanto si tratta di azioni quotate in dollari di Hong Kong, legati dal 1983 a un cambio fisso con il dollaro Usa.

Questi due dati hanno tutto sommato abbastanza senso: la Russia si trovava in condizioni da brivido agli albori degli anni 2000, con uno stato in via di disintegrazione e prezzi delle commodity ai minimi storici. Pertanto chi avesse investito allora sugli asset russi avrebbe azzeccato un momento storico particolarmente propizio. Per quanto riguarda la Cina il discorso è diverso: semplicemente prima degli anni 2000 il Dragone non era ancora percepito come una nazione capitalista che potesse essere significativamente inserita nei portafogli. Dopodiché, invece, si è andati all'estremo opposto: nelle fasi di euforia di un decennio e passa fa si diffuse rapidamente l'idea di avere di fronte l'ascesa di una nuova super-potenza che avrebbe presto dominato il mondo.

Come si può capire nel corso di oltre 16 anni, si è visto tutto e il contrario di tutto: l'abbandono di una serie di nazioni percepite come posti in rovina, il ritorno all'euforia, una nuova quasi-crisi e l'attuale tentativo di inizio di un nuovo trend secolare di rialzi. Nella prossima serie di analisi, partendo dai dati del passato, arriveremo a fornire qualche dettaglio in più sul perché del possibile overweight asiatico e a introdurre qualche concetto su come gestire un possibile timing del mercato azionario: nel frattempo, come si può vedere, non bisogna dimenticarsi del fatto che i mercati emergenti rappresentano un'asset class, se possibile, ancora più irrazionale rispetto a quelli dei paesi avanzati.

A cura di: Boris Secciani
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