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Oro, diversi punti di vista

22/09/2017

Nel corso del 2017 l’oro ha manifestato un discreto dinamismo, raggiungendo e superando quota 1.300 dollari per oncia e arrivando a un massimo di 1345, anche se nelle ultime settimane si è avuto un calo e un ritorno sotto quota 1.300. In ogni caso un investitore che avesse acquistato un’oncia di oro all’inizio del 2017, pagandola 1.152 dollari, oggi con una quotazione che è arrivata a 1.298 si potrebbe ritenere soddisfatto.

In realtà spesso le cose se vengono osservate da punti di vista diversi evidenziano un altro significato. Se quanto affermato finora è valido per un investitore statunitense o che comunque opera con la valuta Usa, è certamente molto differente per un risparmiatore che ha i suoi capitali in euro: l’acquisto di un’oncia d’oro all’inizio dell’anno comportava una spesa di 1.095 euro per oncia, mentre attualmente la quotazione è 1.081, con una perdita di 14 euro per oncia.

L’oro che è il più classico bene rifugio e che viene acquistato nei momenti in cui i mercati tremano o ci sono fortissime tensioni geopolitiche, sulla base della convinzione che mantiene sempre un valore reale, oggi dovrebbe in teoria andare maluccio, visto che gli asset di tutto il mondo (Usa, Europa e Asia) hanno fornito recentemente performance ottime.

È vero che c’è la crisi nord-coreana in corso che ogni giorno fa registrare un’escalation, ma i mercati per il momento, anche quelli più vicini alla Corea del nord e alle basi missilistiche, come Seul e Tokyo, non sembrano per il momento scossi dalla paura e l’ipotetica apocalisse atomica sul Pacifico per il momento non sembra influire in maniera significativa.

Anche l’uso dell’oro per l’industria e la gioielleria non ha un significativo impatto sui corsi, a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle materie prime, le cui quotazioni sono influenzate in maniera significativa dall’andamento delle industrie utilizzatrici.

Nell’oro a contare sono quasi esclusivamente gli acquisti speculativi e a scopo di protezione, che oggi avvengono soprattutto tramite gli Etc (Exchange traded commodity). Questi ultimi erano stati i grandi protagonisti del rally dei primi sei mesi del 2016, con acquisti netti per 237 tonnellate solamente nel secondo trimestre del medesimo anno, passati a 56 nello stesso quarto del 2017. Questo cambiamento ha fatto sì che la domanda complessiva di oro calasse nella prima metà del 2017 a poco più di 2003 tonnellate, facendo registrare un decremento del 14%.

Su questa base allora che cosa si sta verificando? In realtà un fenomeno abbastanza semplice: in tutti i principali mercati finanziari mondiali a muoversi in controtendenza, cioè in termini negativi, è stato solo il dollaro Usa, che ha evidenziato la forte caduta di fiducia nei confronti degli Stati Uniti. È vero che l’S&P 500 ha superato quota 2.500 segnando l’ennesimo record storico negli ultimi anni, ma è altrettanto indubbio che nei confronti del sistema Usa, dopo l’arrivo di Donald Trump e le illusioni che tutto sarebbe cambiato, oggi c’è un sentiment di delusione fortissimo. Le tasse non sono state abbassate e non si sa se ciò avverrà mai, i capitali che dovevano rientrare sono rimasti tutti ai loro posti, le infrastrutture promesse non sono nemmeno nella fase di progetto e l’amministrazione dà l’impressione di annaspare di fronte a una massa di problemi crescenti.

In pratica l’oro sta mantenendo il suo proverbiale status di bene rifugio e di hedging. Ma sta svolgendo il suo ruolo esclusivamente nell’area che oggi appare più problematica, cioè gli Stati Uniti. Per un investitore europeo, che sta vivendo un periodo di euforia come non succedeva da tempo, di investire in oro non c’è alcun bisogno. E le quotazioni in euro lo dimostrano.

A cura di: Alessandro Secciani
Parole chiave: Oro, hedging, Usa, Europa
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