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La nuova normalità

15/10/2016

Dall’inizio della crisi nulla è tornato a essere come prima. La crescita economica langue, i tassi d’interesse (reali e nominali) sono ai minimi storici e il mercato del lavoro non riesce a riportarsi sui livelli del passato

Gli economisti sono alla continua ricerca dei fattori che stanno contribuendo al mantenimento delle economie industrializzate in questa nuova situazione (definita ‘nuova normalità’). L’obiettivo è capire quali potrebbero essere le ricette da applicare per liberarsi dalla morsa lasciata in eredità dall’ultima crisi. Oppure, in assenza di una ricetta valida, riuscire almeno a individuare per quanto tempo avremo a che fare con questo scenario.

Uno studio della Federal Reserve sostiene che la ‘nuova normalità’ procederà per decenni. In un report dal titolo ‘Understanding the New Normal: The Role of Demographics’, gli economisti della Fed Etienne Gagnon, Benjamin K. Johannsen e David López-Salido, sostengono che la decelerazione della crescita economica, specialmente durante l’ultimo decennio, si deve a fattori demografici associati al baby boom post Seconda Guerra Mondiale e all’accelerazione tecnologica degli ultimi due decenni. I risultati raggiunti dagli studiosi evidenziano che la crescita reale del Pil e i tassi d’interesse reali permarranno bassi per i prossimi decenni. In altre parole, l’economia statunitense avrebbe raggiunto una nuova normalità.

La forte crescita della popolazione in Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale e il boom tecnologico successivo, hanno consentito una crescita del Pil molto sostenuta per decenni. Tuttavia, ora gli Stati Uniti, allo stesso modo di altre economie industrializzate, sono coinvolti in un processo di transizione demografica post baby boom (i nati tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni Sessanta).

I curatori del report credono che i fattori demografici hanno ridotto la crescita naturale del Pil dell’1,25% a partire dal 1980, lo stesso livello di riduzione accusata dai tassi d’interesse reali di equilibrio. Questo trend è stato alimentato dalla minore crescita della forza lavoro (persone occupate o in cerca di occupazione), una situazione che potrebbe essere a prima vista interpretata come una dinamica temporanea, ma che nasconde il rischio di trasformarsi in un dato persistente o cronico.

Secondo lo studio, in passato la crescita del Pil e i tassi d’interesse reali erano direttamente connessi alle conseguenze del baby boom. Quando la generazione del baby boom ha raggiunto l’età sufficiente per lavorare, gli occupati, la crescita del Pil e i tassi reali hanno seguito la stessa direzione.

Questa generazione numerosa ha avuto un numero di figli nettamente inferiore a quello dei propri padri, un dato che ha pilotato gli Usa a raccogliere il cosiddetto ‘dividendo demografico’ (situazione in cui il numero di lavoratori ha raggiunto una percentuale record rispetto alla popolazione totale del paese).

Questo scenario demografico ha stimolato la formazione di capitale (investimenti in macchinari, infrastrutture, costruzioni) e il risparmio. I baby boomers hanno fatto pochi figli e hanno avuto la possibilità di accumulare ricchezza per la loro vecchiaia. Questo risparmio si trasformava continuamente in investimenti per le imprese e il tutto sfociava in buoni rendimenti per il capitale e incrementi continui della produttività.

Ora la situazione è molto diversa. La generazione dei baby boomers ha cominciato ad andare in pensione e la crescita della forza lavoro e della produzione sta rallentando. La sinergia tra questi fattori ha determinato l’attuale abbondanza di capitali rispetto alla forza lavoro, deprimendo i rendimenti del capitale e provocando una diminuzione degli investimenti aggregati. Il fenomeno serve a spiegare i bassi tassi d’investimento in capitale da quando è finita la parte più intensa dell’ultima crisi economica. Per il futuro, il modello messo a punto dalla Fed indica che la relazione tra capitale e lavoro si manterrà elevata a dispetto dei ridotti ratio d’investimento in capitale.

La conclusione che emerge dall’analisi è che nelle economie industrializzate esiste un eccesso di capitale (macchinari, impianti produttivi) rispetto alla forza lavoro disponibile. Per questo motivo, l’investimento in capitale da parte delle imprese ha rendimenti molto ridotti e le aziende tendono a tagliare gli investimenti in nuovo capitale. Tassi d’interesse reali e crescita del Pil continueranno a essere bassi fino a quando la crescita dell’occupazione si manterrà bassa. Infine, tassi di equilibrio così bassi mettono in discussione l’efficacia della politica monetaria convenzionale durante le tipiche recessioni del ciclo economico.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: fed, normalità, baby boomers, crescita
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