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Mercati in caduta, la visione negativa

09/02/2018

La netta caduta dei mercati azionari ha nettamente diviso gli operatori e gli analisti: c’è chi vede il tracollo delle maggiori borse mondiali come un fatto episodico, persino salutare, dopo anni di crescita a perdifiato, e chi pensa che sia iniziata una nuova era di ribassi e che si possa arrivare a un vero e proprio crollo.

Nell’articolo precedente avevamo visto le ragioni di chi era fiducioso nonostante tutto: la crescita globale resta sempre positiva, al punto che le materie prime tengono le loro quotazioni, i fondamentali dei mercati sono sì alti, ma non da bolla speculativa, e i beni rifugio non stanno registrando crescite improvvise, segno che il panico non sembra ancora all’ordine del giorno.

Ma vediamo adesso le motivazioni di coloro che non sono positivi e che temono che il calo possa diventare molto più pesante del previsto.

Aumento dei tassi. La Fed ha in programma un deciso incremento dei tassi nel corso del 2018 e solo quest’anno la crescita dovrebbe essere tra lo 0,50% e lo 0,75%. Si tratta di un lento ritorno alla normalità dopo anni di totale follia con i tassi a zero. Negli anni passati gli ultimi due ritocchi verso l’alto dei tassi Usa hanno provocato a Wall Street pesanti ribassi e non c’è motivo di pensare che non succeda anche questa volta, soprattutto dopo che l’economia era stata drogata per anni con tassi a zero o addirittura sotto zero. E l’incremento degli interessi nella maggiore economia mondiale si riflette pesantemente su tutto il pianeta, specie se accompagnato da una caduta delle azioni.

Fine dei quantitative easing. Le maggiori banche centrali di tutto il mondo (a parte il Giappone) stanno mettendo rapidamente fine ai loro Qe e in alcuni casi stanno addirittura operando in senso inverso: sempre la Federal Reserve non soltanto ha smesso di acquistare titoli obbligazionari sul mercato, ma addirittura ha cominciato a venderli, mentre la Bce ha nettamente diminuito gli acquisti. Tutto ciò probabilmente porterà a un incremento dei tassi e di conseguenza a una forte caduta delle quotazioni dei titoli già esistenti che per adeguarsi al nuovo trend dovranno perdere valore.

Considerando che il debito globale è circa il 260% del Pil mondiale, cioè circa 200 mila miliardi di dollari, una perdita anche solo del 3% del mercato obbligazionario porterebbe all’annientamento di 6 mila miliardi di dollari nei portafogli degli investitori di tutto il mondo. Non è una bazzecola e i contraccolpi sarebbero forti.

Ma non soltanto: l’incremento dei tassi nell’obbligazionario sposterebbe molti capitali dalle azioni ai bond, con conseguente perdita di liquidità delle borse equity e ulteriori ribassi. Anche l’economia reale non ricaverebbe certo vantaggi da un quadro del genere: le imprese per finanziarsi attraverso le obbligazioni sarebbero costrette a pagare tassi più alti e per alcune del tutto insostenibili, così come gli stati. Molti governi, tra i quali l’Italia in primis, hanno tratto vantaggio dai tassi bassissimi di questi anni e hanno potuto sostenere un indebitamento complessivo molto alto. Con una crescita degli interessi ciò sarebbe molto più difficile. Non molto diversa la situazione degli Stati Uniti, il cui debito consolidato sta crescendo a vista d’occhio e che per di più hanno avviato una politica di abbassamento delle tasse per le imprese, con conseguente perdita di incassi da parte dello stato. Ma avere paesi che non riescono a fare fronte alla loro situazione debitoria significa perdere punti di Pil, perché anche nelle economie più liberiste (e non sono molte, nonostante le chiacchiere) lo stato rappresenta comunque con la sua spesa pubblica un driver fondamentale del prodotto interno lordo.

Inflazione. Per ora l’inflazione non è stata un problema, anzi le banche centrali hanno fatto di tutto per farla risalire. In un futuro abbastanza prossimo, però, potrebbe diventarlo e qualche segnale negli Stati Uniti si comincia già a vedere. In ogni caso, sia in Europa, sia negli Usa, c’è un minimo di ripresa delle dinamiche salariali, anche sostenute da livelli di disoccupazione molto bassi. Considerando che l’incremento dei tassi potrebbe portare a una contrazione del Pil, il grande pericolo sarebbe una stagflazione, ovvero stagnazione più inflazione.

Perturbazioni politiche. Anche se finora il problema è stato sottovalutato, è possibile che alcune economie importanti subiscano problemi di carattere politico e che vedano l’arrivo al potere di classi dirigenti che per ora appaiono impreparate a gestire una situazione molto complicata. L’Italia tra meno di un mese rischia la totale ingovernabilità o addirittura l’arrivo al governo di gruppi dirigenti che non hanno mai gestito una macchina complessa e delicata come lo stato di un paese altamente industrializzato. La Germania è appena riuscita a mettere in piedi un faticosissimo compromesso tra i due partiti maggiori per evitare l’ingovernabilità, ma sulla durata di questo patto nessuno può scommettere. Anche altri paesi sparsi per il mondo vedranno nei prossimi due anni passaggi cruciali, senza contare vere e proprie polveriere come il Medio Oriente.

Conclusione. Quale delle due ipotesi prevarrà? Quella ottimista o quella pessimista? Su questo punto anche gli economisti più esperti non sono sicuramente in grado di dare una risposta certa e di fatto i prossimi mesi e anni saranno un grosso punto interrogativo. Prevarrà il buon senso o la follia? La risposta più che dai grandi luminari dell’economia verrà dai cittadini comuni.

A cura di: Boris Secciani
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