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La fragilità degli emergenti

21/02/2018

La fragilità degli emergentiIl 2017 è stato l'anno del grande ritorno dell'azionario emergente: dopo un periodo disastroso, nonostante la ripresa della seconda metà del 2016, non erano molti a puntare su una sovraperformance di questa asset class, anche se la tecnologia asiatica rappresentava un fulcro su cui andare a posizionarsi e che avrebbe portato a un rerating di tutto l'equity cinese.

Tutto è andato bene fino al crash di inizio febbraio. Infatti le ultime settimane di un bull market che sembrava infinito avevano visto una spettacolare salita delle major bancarie cinesi, venute su in un mese per percentuali superiori al 20%. Poi, come sempre accade in queste situazioni, si è andato tutto a correlare al ribasso senza badare troppo per il sottile.

Ma che cosa attende gli emerging attualmente? Nonostante una performance in dollari superiore al 37% l'anno passato, lo scarto di rendimento totale accumulato fra la fine del 2012 e quella del 2017 dell’Msci Emerging Markets rispetto all'S&P 500 è ancora intorno a 80 punti percentuali.

Nel frattempo la tecnologia ha assunto un ruolo fondamentale: a fine gennaio 2018 la top 10 per capitalizzazione dell’Msci Em forniva oltre il 25% del totale e in questo gruppo non vi erano di fatto aziende che non fossero cinesi, taiwanesi o coreane. La sud-africana Naspers, infatti, si trova in questa classifica solo per via della propria partecipazione nella cinese Tencent. All'interno di questi 10 titoli, poi, le uniche due società non legate all'It erano due delle maggiori banche cinesi. Complessivamente Cina, Corea del Sud e Taiwan occupavano oltre il 56% della capitalizzazione disponibile. Non è incredibile pensare a questo punto che nei prossimi anni, con l'introduzione delle azioni A nell’indice si vada incontro a una trasformazione ancora più sinocentrica.

Durante il boom di questa asset class nei primi anni 2000 a farla da padrone erano le commodity e tutto ciò che era legato alle economie ricche di risorse naturali. Questo passaggio viene spesso considerato un elemento positivo, un segnale di maturazione di queste piazze in cui si possono oggi trovare aziende avanzatissime di nazioni ad alto reddito, includendo in questa definizione anche la parte urbanizzata della Repubblica Popolare.

In realtà il rischio è che fra le due aree si sia creata una forte somiglianza. I primi due comparti infatti (It e servizi finanziari) sono gli stessi, per quanto in posizione invertita, sia per l'Msci Emerging, sia per l’Msci World, che include solo i mercati sviluppati. La differenza è che nel primo caso la quota totale di capitalizzazione occupata è pari a circa il 52%, mentre nel secondo si supera di poco quota 35%. Ciò è avvenuto nonostante la bolla di internet e dell'equity in generale statunitense, dove peraltro i gruppi finanziari sono notoriamente ben rappresentati.

Se ci spostiamo su altri segmenti, scopriamo che i beni di largo consumo, quelli discrezionali, l'healthcare e gli industriali abbiano un peso molto maggiore fra gli sviluppati, mentre telecom, utility, materia di base ed energia sono più importanti nell'universo emergente. Insomma in conclusione gran parte di questo variegato gruppo di nazioni continua a essere scarsamente diversificato a livello economico, a parte la mostruosa ascesa della tecnologia del Far East.

Certo l'It è un settore fondamentale, anzi si sta trasformando sempre di più nell'economia tout court. Resta il fatto però che è anche caratterizzato da un forte beta. Ciò fa sì che sicuramente le prospettive per il futuro del benchmark siano migliori rispetto al periodo in cui era di fatto una proxy del ciclo delle commodity, ma anche che resterà destinato a subire in maniera più virulenta della media mondiale le fasi di correzione.

A cura di: Boris Secciani
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