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Il ritorno degli emergenti fragili

21/05/2018

Che cosa sta succedendo agli emergenti? Nell'ultimo mese sui mercati vi è stata una chiara biforcazione, che per la verità non lascia presagire molto di buono: il ritorno delle sotto-performance in alcuni mercati di paesi in via di sviluppo, rispetto a un equity di Europa e Usa in ripresa. Nello specifico l’Msci Emerging Markets, dopo avere guadagnato in dollari circa il 9% nelle prime tre settimane di gennaio, non è riuscito praticamente più a riprendersi dalla correzione di febbraio: attualmente questo benchmark veleggia intorno a 1.135-1.140, sotto i minimi di febbraio che erano intorno a 1.150 e ai valori più bassi dell'anno, mentre a fine 2017 si era assestato a 1.158.

Il confronto con l'S&P 500, che è su di circa l'1,5% in questo 2018, è abbastanza impietoso, mentre, se analizziamo lo Stoxx 600, scopriamo un elemento abbastanza interessante, ossia che a fare la differenza in queste settimane è la rinnovata forza del dollaro. Il biglietto verde, dopo un inizio di anno disastroso, sta riprendendo quota, grazie anche a un differenziale lungo le varie curve dei rendimenti del reddito fisso difficilmente compatibili con una divisa americana in fase ribassista. Su questa base lo Stoxx 600 europeo è anch'esso praticamente invariato in quest'annata: è su del 2% in termini nominali con l’euro e le altre valute europee che hanno perso però circa altrettanto.

Ciò che però è preoccupante per gli emerging è, come accennato, il differente andamento di queste settimane con un azionario del Vecchio continente che aveva iniziato disastrosamente e che adesso invece è in un'ottima fase di recupero, seppure all'interno del suo classico paradigma di moneta debole/corsi degli asset forti. Gli emergenti invece stanno vivendo sessioni difficili, con in più un elemento inquietante: la rinnovata situazione di difficoltà di alcune economie non gestite in maniera eccessivamente cristallina.

Se infatti il Far East, fra andamento delle monete e corsi borsistici, quest'anno è ancora in generale fra le aree che hanno dato le maggiori soddisfazioni agli investitori, altrettanto non si può dire di piazze come l'India, l'Indonesia, la Turchia o il Brasile.

In molti casi peraltro la maggior parte del calo è stato generato dalla svalutazione più che dal cedimento dei corsi nominali: l'andamento attuale ricorda la situazione di appena due o tre anni fa, con il gruppo delle economie definite “emergenti fragili”.

È indubbio che la contemporanea ascesa dei rendimenti obbligazionari e del dollaro Usa con un petrolio tornato intorno a quota 80 non faccia bene a tante realtà dei paesi emergenti, che si ritrovano oggi con magagne antiche. Il rischio infatti è che, a fronte di un rallentamento economico che potrebbe essere all'orizzonte, non ci sia più il fenomeno dell'alta marea che innalza tutte le barche, comune nell'ultimo anno.

Si potrebbe investire su alcuni asset un po’ speculativi negli emergenti, proteggendosi dal rischio di cambio? Certo, volendo si può, al di là del fatto che l'hedging su certe divise costa un bel po' di soldi, ma non va dimenticato che tende a esserci una correlazione decisamente positiva fra certe borse e l’andamento della divisa locale (al contrario che in Europa). In generale nel paradigma attuale che chiede comunque una maggiore prudenza e probabilmente una significativa diminuzione della leva rispetto agli anni passati, il consiglio più ragionevole è investire su certe nazioni solo a fronte di una marcata propensione al rischio: alcuni emergenti rimangono infatti la prima linea di fuoco nelle crisi globali.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: emergenti, Usa, Europa, dollaro
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