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Emerging Europe

17/12/2018

Emerging Europe

Il titolo scelto per questa breve analisi della situazione europea può apparire abbastanza criptico. Il concetto che vogliamo esprimere, però, è che l'Europa, in questa seconda parte di 2018 caratterizzata dal rischio di avvio di una nuova crisi, comincia a mostrare alcune peculiarità poco entusiasmanti, che sono più simili a quelle dei mercati emergenti che a quelle di uno dei blocchi più sviluppati del mondo.

Per capire che cosa si intende, vale la pena osservare la performance di alcuni dei maggiori indici azionari europei negli ultimi tre mesi. Questo intervallo temporale ha un certo senso, poiché ha coinciso con l'avvio di una forte fase di avversione al rischio. Durante questo periodo l'Europa si è trovata coinvolta in pieno in una crisi che precedentemente aveva toccato solamente gli emergenti più indietro nel loro processo di sviluppo e le potenze industriali dell'Asia, i cui asset hanno subito perdite durissime l'estate scorsa a causa dello scoppio conclamato delle tensioni fra Usa e Cina.

Dunque negli ultimi tre mesi il Dax ha perso a oggi oltre il 10,4%, il Cac 40 francese il 9,7%, il Bel 20 belga il 9,8%, l'Omx 30 di Stoccolma il 10,9%, Amsterdam  il 7,2%. Fra i maggiori benchmark azionari solo il Ftse 100 britannico (-6,6%) e lo svizzero Smi (-3,2%) hanno mostrato performance relativamente migliori rispetto alla media internazionale. Tra l'altro si tratta in generale di indici che, per la loro composizione, sono meno volatili rispetto ad altri in Europa. Complessivamente lo Stoxx 600 ha lasciato sul terreno circa l'8,7%: il dato risulta migliore di quello dell’S&P 500 (-10,5%) che però veniva da un periodo di record impressionanti. Ovviamente il paragone rispetto alla fine del 2017 neppure inizia, tanto più se includiamo anche la svalutazione dell'euro contro il dollaro.

Ciò che però fa una certa impressione è che, dopo un'annata già pessima di suo, l'Europa nel pieno di una fase di accelerazione dei ribassi, si trova a fare peggio di diverse piazze asiatiche. Lo Shanghai composite ha infatti lasciato sul terreno negli ultimi tre mesi circa il 2%, mentre Tokyo si è posizionata intorno a -6,9%, dopo un anno di performance relative superiori a quasi tutto il mondo. È interessante notare poi ciò che è accaduto in alcune delle maggiori piazze del Sud-est asiatico: la Thailandia ha registrato -6,8%, mentre la Malaysia -9%. Entrambi i mercati sono stati fra gli emergenti migliori quest'anno e dall'inizio dell'anno sono intorno a -8,6,-8,7% con divise stabili nei confronti dell'euro. In compenso l'Indonesia, a rischio nelle fasi più dure dell'estate scorsa di finire in una tempesta simile a quella subita dalla Turchia o dall'Argentina, ha addirittura visto un rialzo del 4,5%. con una rupia che ha recuperato parecchio terreno dall'orlo dell'abisso in cui era scesa.

In pratica si può osservare un fenomeno: dopo un'estate di panico, gli investitori sugli emergenti, proprio nel mezzo di una pessima situazione, sono tornati a diversificare caso per caso, mentre in Europa sembra esserci una fase di fuga degli investitori generalizzata. Va notato inoltre un elemento che riguarda i dati continentali riportati: si tratta di nazioni core del centro-nord Europa, non di economie periferiche in difficoltà a rischio continuo di crisi finanziaria.

I numeri citati, dunque, spiegano il titolo, in parte volutamente provocatorio: l'Europa mantiene caratteristiche da area sviluppata, con la presenza, ad esempio, di beni rifugio come il Bund. Certo è che impressiona l'elevata correlazione al proprio interno fra gli asset rischiosi e fra questi ultimi e la moneta. Significativi anche l'elevato beta rispetto al ciclo economico e la volatilità di quest'ultimo rispetto agli Stati Uniti.  Un simile scenario costringe a considerare che, se il 2019 dovesse risultare un anno deludente, delusioni e volatilità arriverebbero copiose, in misura maggiore di quanto preventivato ancora oggi.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: europa, emergenti, indici, azioni
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