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Bond emergenti in valuta locale, opportunità con tante incognite

22/05/2019

 Bond emergenti in valuta locale, opportunità con tante incognite

Le sassate che si stanno scambiando Stati Uniti e Cina non stanno facendo benissimo ai mercati. Come quasi sempre succede in questi frangenti a farne le spese sono in particolar modo gli asset dei paesi emergenti. Un caso interessante è quello del debito emesso in valuta locale, un asset class che l'anno scorso ha fornito pessimi risultati e verso la quale quest'anno c'erano ottime aspettative. In effetti i primi tre-quattro mesi dell'anno hanno visto un rimbalzo quasi generale, con però un calo di circa l'1,5% nell'ultimo mese dell'indice Bloomberg Barclays dedicato a questo tipo di emissioni. Va detto che un simile movimento è piuttosto consistente per gli standard di un benchmark del reddito fisso. Dall'inizio dell'anno per il momento la performance rimane ancora positiva a livello nominale (+2,5%) circa, anche se a questo valore va aggiunta la svalutazione che molte divise di tale variegato insieme di paesi hanno vissuto, non solo nei confronti del dollaro, ma anche dell'euro.

Infatti, al di là della guerra commerciale, per il momento in questo 2019 non si sono rivelate veritiere alcune previsioni su cui c'era un certo consensus fino a qualche mese fa. Una di queste riguarda l'andamento del dollaro: dopo la fine de facto della manovra di normalizzazione da parte della Fed, sull'onda  dell'idea di una ripresa dei paesi emergenti tale da fare tornare a crescere il differenziale nell'andamento del Pil rispetto alle economie più mature, non pochi vedevano un biglietto verde in discesa.

Così non è stato, con la valuta di riserva del mondo che non ha fatto altro che intensificae la sua forza dopo le prime settimane dell'anno caratterizzate da una notevole mancanza di volatilità sul forex in generale. A ciò vanno aggiunte anche le difficoltà di diverse economie asiatiche, che sono collocate impropriamente tra gli emergenti: a livello obbligazionario in alcuni indici anche un paese ricchissimo e super-sviluppato come Singapore è classificato in tale categoria. Comunque le difficoltà hanno preceduto il ritorno della guerra fredda sino-americana: basti pensare ai non entusiasmanti dati usciti da Corea del sud e Taiwan.

Altre grandi economie in via di sviluppo poi si trovano in uno scenario non dei più facili: basti pensare al quadro tornato pesante per la Turchia o anche alle difficoltà del Brasile ad attuare le riforme su cui tutti a voce appaiono d'accordo, per tacere della situazione dell'Argentina. Neppure la superstar India sembra attraversare il momento più roseo della propria storia recente.

Tutti i fattori elencati appaiono sufficienti a giustificare la cautela degli investitori, ma dall'altra parte non si possono dimenticare i punti di forza dell’obbligazionario emergente in valuta locale: una duration in media piuttosto contenuta (un po' sotto quota 6) che aiuta in caso di imprevisti a livello di politica monetaria (peraltro non all'orizzonte), nonché un elevato yield to date nominale (5,5%)  che si traduce in un 3% reale, peraltro in presenza di un elevato carry.

Tutti questi elementi fanno sì che a fronte di un rimbalzo della propensione al rischio si possono raccogliere soddisfazioni pure sul breve termine. Al tempo stesso non mancano i rischi, data la forte propensione di questa asset class a fenomeni di volatility clustering, in cui la liquidità tende a prosciugarsi in un meccanismo che si auto-alimenta.

Questo fenomeno di breve poi sembra acuito da un trend di fondo invero piuttosto preoccupante, ossia il fatto che i mercati non sembrano più credere davvero alle potenzialità di crescita e alla convergenza delle economie in via di sviluppo. Si tratta di un argomento su cui varrà la pena tornare presto, in quanto le implicazioni sono gravi un po' per tutto il complesso delle attività rischiose a livello globale.

A cura di: Boris Secciani
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