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Energia: rischio stangata da 10 miliardi per le imprese italiane
Nonostante l’aumento dei prezzi dell’energia, la situazione è ancora meno grave rispetto alla crisi del 2022, ma resta rischiosa: eventuali escalation del conflitto potrebbero infatti causare ulteriori rincari e problemi nelle forniture. Servono riforme strutturali per contrastare il caro energia
Venti decisamente contrari sull'economia italiana a causa delle tensioni internazionali. Il conflitto in corso tra Israele, Stati Uniti e Iran – secondo le stime dell'Ufficio studi della CGIA – potrebbe tradursi in un aumento significativo dei costi energetici per le imprese nostrane: nel 2026 la spesa complessiva rischia di crescere infatti di quasi 10 miliardi di euro. Alla base di questo scenario c'è il rapido aumento dei prezzi del gas e dell'energia elettrica registrato nelle ultime settimane. È prevedibile che, se i rincari dovessero consolidarsi (anche sulla scia della violenta accelerazione che stanno registrando i corsi del greggio), le aziende italiane si troveranno a pagare circa 7,2 miliardi in più per l'elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas, con un incremento complessivo del 13,5% rispetto all'anno precedente.
Le regioni e i settori più colpiti
Le previsioni si fondano sulla stabilità dei consumi e su prezzi medi annui stimati in 150 euro per megawattora per l'energia elettrica e in 50 euro per il gas. In questo contesto, secondo gli analisti, l'aumento delle bollette rischia così di ridurre ulteriormente i margini delle imprese, già sotto pressione per l'incertezza globale. Le aree più colpite sarebbero quelle a maggiore concentrazione produttiva: in testa la Lombardia, con un possibile aggravio di quasi 2,3 miliardi, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana. I più esposti sono ovviamente i settori ad alta intensità energetica, come metallurgia, chimica, alimentare, trasporti, commercio e turismo. Anche molte filiere del Made in Italy rischiano contraccolpi, dai distretti tessili a quelli ceramici, fino ai poli chimici e siderurgici. Un tema già analizzato da FondiOnline nell'articolo Bollette: le PMI italiane pagano quasi il doppio delle grandi imprese.
Ma la situazione non ricalca (ancora) quella del 2022
L'impennata dei prezzi è stata rapida: in pochi giorni il gas è passato da circa 32 a oltre 55 euro al megawattora, mentre l'elettricità è salita da poco più di 100 a oltre 165 euro. Un balzo legato direttamente alle tensioni geopolitiche e alle preoccupazioni di interruzioni nelle forniture, aumentate con il timore di un possibile allargamento del conflitto. Nonostante ciò, secondo la CGIA, la situazione resta distante dalla crisi energetica del 2022, quando i prezzi raggiunsero livelli record dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. Oggi i valori sono più contenuti, ma comunque sufficienti a creare difficoltà diffuse. Molto dipenderà dalla durata del conflitto. Un'eventuale escalation potrebbe provocare nuovi rincari, soprattutto se venissero compromesse rotte strategiche come lo Stretto di Hormuz.
Le possibili contromisure
Le conseguenze sarebbero immediate: energia e carburanti più cari, trasporti più costosi e un possibile ritorno dell'inflazione. Una prospettiva che affievolisce di molto la speranza di vedere un costo del denaro più a buon mercato. Per questo, secondo la CGIA, è necessario intervenire rapidamente. Tra le misure più urgenti c'è il disaccoppiamento del prezzo dell'energia elettrica da quello del gas a livello europeo, oltre a interventi nazionali temporanei per alleggerire le bollette, come tagli fiscali e bonus. Nel medio periodo, però, serviranno riforme più strutturali. Tra queste, la riduzione degli oneri di sistema e lo sviluppo di strumenti che permettano alle piccole imprese di acquistare energia a prezzi più stabili, come i contratti a lungo termine e i gruppi di acquisto.
Il peso sulle famiglie e sui consumi interni
L'aumento dei costi energetici non riguarda solo le imprese, ma rischia di avere effetti anche sulle famiglie e sull'intera economia. Se le aziende dovessero sostenere bollette più elevate, sarebbe probabile che una parte di questi costi venga trasferita sui prezzi finali di beni e servizi. Questo meccanismo potrebbe tradursi in un aumento generalizzato dei prezzi, riducendo il potere d'acquisto. Le famiglie, già alle prese con un contesto economico incerto, potrebbero essere costrette a ridurre i consumi, con effetti a catena sulla domanda interna. Una frenata della domanda avrebbe conseguenze dirette soprattutto per il commercio, il turismo e i servizi, settori che dipendono fortemente dalla spesa delle famiglie. In questo scenario, il rischio è quello di innescare un circolo negativo: costi più alti per le imprese, prezzi in aumento e minore capacità di spesa. Per approfondire gli effetti sulle famiglie, FondiOnline ha pubblicato l'analisi "Inflazione: dalla guerra in Iran rischio stangata per le famiglie".
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