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Lavoro: italiani per settimana corta e più qualità della vita
La carriera è meno centrale: molti lavoratori cercano aziende con valori condivisi e difendono il diritto alla disconnessione, evitando comunicazioni fuori orario. Molti sono insoddisfatti di stipendi e valorizzazione, segnalano stanchezza e ansia. Cresce la preoccupazione per l’impatto dell’IA.
Il lavoro non è tutto, oggi ancora di più: se ne sono accorti gli italiani, che chiedono meno ore e più qualità della vita. È questo il messaggio che emerge dal nono rapporto sul welfare aziendale di Censis-Eudaimon, secondo cui nel Belpaese cresce il desiderio di equilibrio tra lavoro e vita privata, mentre salgono stanchezza, insoddisfazione e timori per il futuro. La ricerca rileva dunque un cambiamento profondo, con la società che chiede meno centralità del tempo passato al lavoro e più attenzione al proprio benessere, ai valori e all’equilibrio tra il tempo professionale e la vita privata. Una sfida importante per le aziende e le istituzioni nei prossimi anni, che sta impegnando molti dei Paesi più sviluppati.
Ci sono già le condizioni per tagliare le ore di lavoro
Lo studio (realizzato con il contributo di Campari, Credem, Edison e Michelin), fotografa un mondo del lavoro in trasformazione che punta direttamente a una settimana lavorativa corta. Un obiettivo sottolineato dal fatto che, per l’88,2% degli occupati, avere più tempo per sé e per il proprio benessere dovrebbe essere un diritto. Senza tralasciare che il 71,3% ritiene che esistano - già oggi - le condizioni tecnologiche ed economiche per ridurre l’orario di lavoro, ad esempio con la settimana di quattro giorni. Questa idea piace soprattutto ai giovani: è favorevole, al riguardo, l’82,8% dei lavoratori tra i 18 e i 34 anni, rispetto al 72,9% registrato tra i 35-49enni e al 64% tra gli over 50.
Carriera meno importante, contano i valori
Per oltre la metà dei dipendenti (55,1%) fare carriera non è una priorità nella vita. Inoltre, il 64,7% ammette di perdere a volte il senso del proprio lavoro, vissuto solo come fonte di reddito. In questo senso, anche il 44,7% che considera il lavoro più un obbligo che una passione. E più della metà (51,1%), secondo il report, sceglierebbe un’azienda di cui condivide i valori, anche rinunciando a uno stipendio più alto altrove. Quasi un lavoratore su due (45,8%) prova ansia quando riceve messaggi, telefonate o email fuori dall’orario di lavoro. Infatti, il 43,9% ha deciso di non rispondere più alle comunicazioni fuori orario, applicando il cosiddetto ‘diritto alla disconnessione’. Anche qui i giovani sono i più decisi: non risponde fuori orario il 57,7% dei 18-34enni, contro il 47,5% dei 35-49enni e il 33,7% degli over 50.
Stipendi e valorizzazione: molte insoddisfazioni
Il 57,7% degli occupati ritiene che la propria retribuzione non sia adeguata al lavoro svolto. Per il 55,4% lo stipendio non permette di risparmiare e per il 52,4% lavorando non si diventa benestanti. Il 78,9% non si sente abbastanza valorizzato e il 62,2% dichiara di non avere sufficiente autonomia. Ci sono pareri discordanti sul cosiddetto ‘job hopping’, cioè cambiare spesso azienda: è visto solo dal 32,5% come una strategia più efficace della fedeltà per ottenere stipendi più alti. Per contro, il 38% non è d’accordo su questa tesi, mentre quasi il 30% non ha ancora un’opinione precisa al riguardo.
Tuttavia, il disagio lavorativo è diffuso. Il 68,3% degli occupati dice di aver provato forme di forte stanchezza psicofisica. Più della metà (54%) ha sperimentato almeno una volta la paura di andare al lavoro. Il 21,7% soffre della cosiddetta sindrome dell’impostore, cioè dubita delle proprie capacità e cerca continuamente l’approvazione degli altri.
Intelligenza artificiale: tra uso e timori
Nella ricerca è presente un capitolo sull’influenza nel mondo del lavoro delle nuove tecnologie. A questo proposito, il 36,7% degli occupati utilizza l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro, mentre il 42,6% teme di poter essere sostituito in futuro. Inoltre, il 55,3% pensa che i dirigenti ripongano più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori stessi. Infine, secondo il 64,4% degli intervistati, i social media offrono un’immagine del lavoro fatta di successo, libertà e viaggi che non corrisponde alla realtà. Un modello, questo, giudicato fuorviante e poco realistico dalla maggioranza dei lavoratori.
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