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Mercati emergenti: cresce il loro peso nell’economia mondiale
Cina, Taiwan e Corea del Sud guidano settori strategici come semiconduttori, IA, robotica e auto elettriche. I Paesi emergenti commerciano sempre più tra loro riducendo la dipendenza dal dollaro: cresce l’uso di valute locali, aumenta il peso dell’oro nelle riserve e cala la quota del dollaro.
I mercati emergenti stanno diventando sempre più autonomi e meno dipendenti dalle economie occidentali. Lo stima Phil Langham, responsabile azionario dei Paesi emergenti di RBC BlueBay, secondo cui Paesi come India, Cina, Brasile e Indonesia stanno rafforzando il proprio ruolo grazie alla crescita della domanda interna, allo sviluppo tecnologico e a nuovi equilibri commerciali globali. Il baricentro economico, insomma, si sposta verso questi mercati, nell’ambito di uno scenario che sta mutando rapidamente, rispetto a quando – negli ultimi decenni - erano considerati fortemente dipendenti dai Paesi sviluppati, in particolare dagli Stati Uniti.
La forza demografica contro l’invecchiamento
Oltre l’80% della popolazione mondiale vive nei Paesi in via di sviluppo e questa forza demografica si sta trasformando anche in peso economico. Significativo è il fatto che i mercati emergenti già rappresentano più della metà del Pil globale e potrebbero generare circa il 65% della crescita mondiale entro il 2035. Tra i Paesi citati come protagonisti della crescita ci sono anche Arabia Saudita, Messico e Sudafrica. Altro principale fattore di crescita è la popolazione giovane. Nei Paesi emergenti la quota di persone in età lavorativa continua infatti ad aumentare, mentre in quelli più ricchi cresce rapidamente l’invecchiamento della popolazione.
Due locomotive: l’urbanizzazione e la tecnologia
L’India è indicata come uno dei casi più interessanti. Oggi il livello di urbanizzazione del Paese è relativamente basso, attorno al 35%, ma entro il 2050 potrebbe superare il 50%. Questo processo potrebbe favorire consumi, investimenti e sviluppo economico. Secondo l’analisi, inoltre, molti mercati emergenti stanno accelerando anche sul fronte tecnologico. La diffusione degli smartphone e dei pagamenti digitali sta consentendo a milioni di persone di accedere per la prima volta ai servizi finanziari. In molte aree, il mobile banking e le piattaforme fintech stanno sostituendo direttamente le tradizionali infrastrutture bancarie.
La leadership della Cina
Anche nell’innovazione industriale i Paesi emergenti stanno assumendo un ruolo centrale. In particolare, Taiwan e Corea del Sud sono oggi punti di riferimento nella filiera globale dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale. La Cina, invece, è già considerata leader in diversi settori strategici high tech, tra cui: auto elettriche, robotica, droni, treni ad alta velocità, IA e farmaci innovativi. Un altro fenomeno evidenziato da Langham riguarda il commercio internazionale. I Paesi emergenti commerciano sempre di più tra loro, riducendo la dipendenza dagli Usa e dall’Europa. Oggi quasi la metà dei loro scambi commerciali avviene all’interno dello stesso blocco di economie in crescita.
Ecco tre esempi: A) il Brasile esporta più soia in Cina che negli Stati Uniti, B) molti Paesi africani aumentano gli scambi con India e Turchia, C) la Cina ha ridotto il peso del commercio con gli Usa al 2,5% del proprio Pil. Senza tralasciare il fatto che – secondo il report - la Cina, nel 2024, è diventata il principale partner commerciale per circa il 70% dei Paesi del mondo.
Sempre meno dipendenza dal dollaro
Nell’analisi Langham sottolinea anche il graduale processo di ‘de-dollarizzazione’ dell’economia globale. Sempre più Paesi emergenti stanno infatti cercando di ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense negli scambi commerciali e nelle riserve finanziarie, mentre cresce l’utilizzo di valute locali e aumenta anche il peso dell’oro nelle riserve delle Banche centrali. Secondo l’analisi di RBC BlueBay la quota del dollaro nelle riserve mondiali è infatti scesa dal 70% di vent’anni fa al 58% attuale. Non è tutto: mentre i Paesi del blocco BRICS stanno aumentando gli scambi in valute alternative al dollaro, c’è da rilevare che la quota estera dei titoli di Stato Usa è passata dal 38% nel 2010 al 13% nel 2025.
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